ISTAT certifica 8 milioni di italiani "relativamente poveri"
MILANO. Rapporto “Noi Italia, 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo” dell’ISTAT (Istituto nazionale di statistica): il quadro di un Paese in affanno e sconforto. Dai numeri snocciolati si calcola che nel 2011 più di una famiglia su dieci, oltre 8 milioni di individui, si è collocata nella fascia di povertà relativa. Lavoro: con un tasso di inattività (chi né lavora né lo cerca il lavoro) che si è attestato al 37,8% abbiamo un valore tra i più alti in Europa, che vuol dire per tanti assenza di speranza di lavorare. Dove va l’Italia? Secondo i dati del 2010 il 57% circa delle famiglie residenti in Italia ha avuto un reddito netto inferiore a quello medio annuo (29.786 euro, circa 2.482 euro al mese), e non eravamo ancora al culmine della crisi. In Sicilia si è osservata la più elevata diseguaglianza nella distribuzione del reddito e il reddito medio annuo più basso (il 28,6% in meno del dato medio nazionale). 2012: “il 42,8% delle persone di 14 anni e più si dichiara molto o abbastanza soddisfatta della propria situazione economica”. Su dieci italiani, sei sono seriamente preoccupati della situazione e il “livello di soddisfazione diminuisce passando dal Nord al Sud del Paese, con una forte variabilità regionale”. Nel 2011 in Italia è risultato occupato il 61,2% della popolazione tra 20 e 64 anni. Peggiore la situazione delle donne: le occupate sono solo il 49,9%. Chi esce dal mercato del lavoro quasi sempre non riesce a rientrarvi, e vale soprattutto per le persone che hanno superato i 40 anni. Il Mezzogiorno continua a registrare l’incidenza del lavoro non regolare più elevata del Paese, oltre il doppio rispetto a quella del Nord; a livello settoriale, nell’agricoltura quasi un quarto dell’occupazione è irregolare. Tasso di disoccupazione giovanile: 29,1% nel 2011, che significativamente è il quarto aumento annuo consecutivo (e si attende di conoscere il dato del 2012 …) e si è posizionato ben oltre il livello medio dell’Unione europea (21,4%). Ma per di più questi giovani hanno anche un deficit crescente di preparazione: solo il 20,3% dei 30-34enni ha infatti conseguito un titolo di studio universitario (o equivalente), ma nonostante l’incremento del periodo 2004-2011 (+4,7%), la quota è ancora molto contenuta rispetto all’obiettivo del 40% fissato dalla strategia Europa 2020. Sempre nel 2011 i neet, giovani 15-29enni non inseriti in un percorso scolastico né impegnati in attività lavorativa, sono stati più di due milioni, uno dei più alti valori europei.



