Il racconto di "un calvario per un intervento alla schiena"
SIENA. Voglio raccontare in breve il calvario che ho passato da lunedì scorso fino a ieri in ospedale per un intervento alla schiena.
Intervento che doveva essere fatto entro il 4 giugno, perché avevo la priorità breve, ma nessuno mi ha chiamato. Ero a rischio paralisi, così mi aveva detto l’eccellente medico che mi aveva visitato e indirizzato alla neurochirugia dell’ospedale, perché necessitavo della sala rianimazione.
Per essere operata ho dovuto scrivere al presidente Giani ed è dovuto intervenire l’avvocato De Mossi.
Allora mi è stato fissato l’intervento al 23 giugno. 50 giorni dopo essere passata a visita dal chirurgo. In questi 20 giorni di attesa ho avuto tantissime avvisaglie di paralisi alle gambe, l’ultima – pochi giorni prima dell’intervento – è durata un’ora e mezzo. Credevo che sarei rimasta paralizzata, ma non mi sono recata in ospedale, perché, come mi hanno detto alcuni medici che ho consultato, altrimenti avrebbero cancellato l’intervento. Con le conseguenze che si possono immaginare.
La sera prima dell’intervento mi viene detto che la terapia desensibilizzante per me, che sono un soggetto allergico, è di 100 mg di cortisone. Ma in sede di preospedalizzazione l’anestesista mi aveva detto 16 mg di cortisone. Chiedo un consulto psichiatrico perché assumo antidepressivi e non tollero il cortisone. Volevo sapere se ci sarebbero state ripercussioni sul mio umore, perché 100 mg sono tanti. La dottoressa mi tratta malissimo, urla senza lasciarmi la possibilità di parlare, e affondandomi i suoi gli indici nelle mie braccia, nonostante le dicessi che non volevo essere toccata da lei. Mi nega il consulto psichiatrico e mi dice che siccome ho rifiutato il cortisone l’intervento è cancellato. Le mostro il cellulare dicendo che avevo registrato il tutto, anche se non avevo registrato niente, e che avrei chiamato i Carabinieri. A quel punto chiama il consulto psichiatrico e, chiaritomi che non ci sarebbero state ripercussioni sul mio umore, assumo i 100 mg di cortisone.
Vengo operata. La notte successiva una infermiera doveva cambiarmi la traversa, mi muovevo piano, e lei mi sbatte contro la traversa del letto. Urlo per il dolore, ma lei mi dice che non ho sentito niente. L’altra infermiera interviene: “Siccome sei una paziente psichiatrica ti sequestriamo il cellulare”. Chiedo un consulto medico ma mi viene negato.
E veniamo al penultimo giorno. Avevo notato che la terapia farmacologica aveva un che di strano, chiedevo un consulto medico da due giorni che mi era sempre stato negato. Da notare che sono stata dimessa e solo allora ho saputo quanto tempo sono stata sotto i ferri.
Ma torniamo al consulto medico che mi viene negato per due giorni.
Alla fine, presa dalla disperazione, mi reco in mise succinta da degente all’ingresso dell’ospedale, davanti all’accoglienza, e chiamo Carabinieri e forze dell’ordine. Mi dicono che non è la loro giurisdizione e che non possono entrare in ospedale. Allora mi metto ad urlare come una matta per attirare l’attenzione e, dopo un’ora, arrivano un medico e una psichiatra. Finalmente vengo ascoltata. Visionano la cartella e scoprono che la terapia farmacologica è sbagliata. Correggono la terapia. Poi mi dicono entrambi che ho fatto bene a fare tutto quel macello perché la cartella era una cosa oscena. Solo che io sono dovuta passare per matta davanti a tutti, anche se avevo ragione.
L’ultima mia mail al Giani, all’assessore Monni e agli avvocati della Regione è stato un grande VAFF scritto a caratteri cubitali, perché se questa è l’eccellenza del reparto di neurochirurgia nella professionalità e nell’umanità, come era scritto sulla nazione on line qualche giorno fa, io sono la moglie del presidente Sanchez.
Lettera firmata




