SIENA. Da USB PI Sanità-Siena riceviamo e pubblichiamo.
“Il Pronto Soccorso delle Scotte non è più soltanto un luogo di cura: è diventato il simbolo di un sistema sanitario, che sta cedendo sotto il peso di anni di scelte politiche sbagliate.
Ogni giorno, medici, infermieri e operatori socio sanitari entrano in corsia sapendo che li attende una battaglia che non hanno scelto, ma che combattono comunque, perché la salute delle persone non può aspettare. Eppure, troppo spesso, sono proprio loro a diventare il bersaglio della rabbia di chi, dopo ore di attesa, non trova risposte.
USB PI Sanità-Siena lo dice chiaramente: gli operatori non sono il problema. Sono le prime vittime di un sistema che altri hanno deciso di indebolire.
I dati ufficialidell’ARS Toscana non sorprendono più nessuno: il carico di accessi continua a crescere e la
pressione sul personale è ormai strutturale. Gli accessi al Pronto Soccorso aumentano anno dopo anno, e con essi cresce la quota di casi non urgenti. Codici 4 e 5 che, in alcuni anni, superano il 45% degli accessi. Dal 2023 al 2025 gli accessi “minori” (codici 4 e 5) sono passati da 26.743 a 29.485, con un incremento complessivo di circa 2.742 casi. La pressione sul PS cresce, mentre la quota di non urgenze continua a rappresentare una parte enorme del lavoro quotidiano (per parlare con i numeri alla mano, l’incidenza media nei tre anni presi in considerazione per i codici 1, emergenza assoluta con pericolo di vita imminente, rappresenta il 4,7%, per i codici 4, urgenza minore, la media di 30,53% e per i codici 5, non urgenza, media del 16,3%).
Più accessi, più inappropriatezza, più pressione sul personale. È necessario che l’Azienda e la Regione aprano un confronto serio con le organizzazioni sindacali per affrontare una situazione che non è più sostenibile.
Gli accessi impropri non sono un incidente di percorso: sono il sintomo evidente di un territorio indebolito e di un’integrazione AOUS–servizi territoriali che continua a mancare l’appuntamento con la realtà. Quando la medicina territoriale funziona davvero, molti ingressi in PS semplicemente non accadono. Molte persone eviterebbero di ritornare per l’ennesima volta in PS, perché non sanno più a quale santo votarsi e ,al contrario, non proverebbero quel vuoto assistenziale che troppo spesso sono costrette a subire una volta uscite dall’ospedale o dimesse da un
reparto. È lì che il territorio sparisce, ed è lì che si vede davvero il fallimento della sanità locale e regionale: un fallimento che pesa sulle condizioni psico‑fisiche ed economiche di intere famiglie, lasciate a cavarsela da sole proprio quando avrebbero più bisogno di un Servizio sanitario pubblico che funzioni. Ma la medicina generale è
stata ridotta a poche ore di ambulatorio, difficilmente raggiungibile, costretta a rinviare ai servizi specialistici dove le liste d’attesa sono ormai fuori controllo. Il cittadino, abbandonato, finisce inevitabilmente al Pronto Soccorso.
Il PS è diventato il punto di raccolta di tutte le contraddizioni del Servizio Sanitario pubblico: tagli, carenze di personale, riduzione dei posti letto, assenza di programmazione. USB denuncia da anni una situazione che è ormai normalizzata: pazienti parcheggiati per giorni su barelle che dovrebbero essere utilizzate per poche ore, corridoi trasformati in reparti improvvisati, professionisti allo stremo.
Alle Scotte le dimissioni aumentano, gli infermieri e gli OSS più esperti si dileguano verso altri reparti o altre mete, mentre il ricambio generazionale è inesistente. Nel 2025 l’AOUS ha provato a tamponare l’emorragia di medici reclutando specializzandi in emergenza‑urgenza con incentivi economici e l’azzeramento delle tasse di iscrizione. Un’operazione che non
risolve nulla, che mercifica ancora una volta la professionalità dei lavoratori e che, per di più, ha introdotto un elemento di palese discriminazione: un assegno aggiuntivo di 500 euro riservato solo ai primi iscritti, mentre altri
specializzandi hanno abbandonato le Scotte e i pochi rimasti si sono ritrovati esclusi da un beneficio costruito senza alcuna logica di equità.
A fronte di una medicina territoriale impoverita e resa sempre più fragile da anni di sottofinanziamento, gli accessi al Pronto Soccorso non possono essere “limitati” per decreto: quando il territorio non regge, il cittadino finisce inevitabilmente in ospedale.
Alle Scotte il cosiddetto “effetto ad imbuto”, PS che si congestiona per l’impossibilità di trasferire i pazienti nei reparti, è amplificato da un dato strutturale che nessuno può più ignorare: i posti letto ospedalieri sono crollati dai circa 1.000 degli anni ’90 agli appena 625 di oggi. È un numero che non resta sulla carta: si traduce in
barelle occupate per giorni, corridoi trasformati in reparti improvvisati, pazienti che attendono un ricovero che non arriva, professionisti che cercano di fare l’impossibile con risorse sempre più scarse. Il Pronto Soccorso, snaturato, si ritrova a essere contemporaneamente ambulatorio di medicina generale, reparto geriatrico e area di emergenza.
Tutto insieme, tutto nello stesso spazio, tutto con lo stesso personale. Questa non è una semplice criticità
organizzativa: è il risultato di scelte politiche che hanno indebolito il sistema pubblico e che oggi
presentano il conto ai lavoratori e ai cittadini.
Il sovraffollamento compromette la capacità di rispondere tempestivamente ai casi più gravi e genera attese interminabili per i codici minori. Da qui nascono tensioni, frustrazioni e aggressioni contro chi, invece, sta solo cercando di tenere in piedi un sistema che altri hanno fatto crollare.
Se le priorità restano inaugurazioni, tagli di nastri e classifiche LEA, allora si abbia almeno il coraggio di spiegare ai cittadini perché sono costretti a vivere quotidianamente disservizi e perché i lavoratori vengono usati come parafulmine del fallimento delle politiche sanitarie.
Le aggressioni non si fermano con telecamere, vigilanza o aggravanti di pena.Si prevengono restituendo
dignità al Servizio Sanitario Pubblico: assumendo personale, riaprendo posti letto, rilanciando la medicina
territoriale, garantendo cure tempestive e di qualità. Solo così sarà possibile comprendere che gli operatori sanitari non sono i responsabili del collasso del sistema e, forse, ridurre almeno in parte il numero sempre crescente delle
aggressioni nei loro confronti.
Anche l’analisi dell’ARS Toscana conferma che “l’aumento degli accessi in Pronto soccorso, sostenuto dai
codici a bassa priorità (4 e 5), suggerisce un ricorso non sempre appropriato a questo setting per bisogni chepotrebbero essere gestiti a livello territoriale. Questa lettura è consolidata dalla progressiva riduzione degli accessi in PS che esitano in ricovero, indicativa di una prevalenza di casi a bassa complessità clinica e di una possibile difficoltà nella scelta di percorsi assistenziali più appropriati”.
E mentre si parla di innovazione, Case e Ospedali di Comunità, che dovrebbero rappresentare uno strumento reale di rafforzamento della sanità territoriale, contribuire a ridurre le liste d’attesa, diminuire il ricorso ai Pronto Soccorso come unica via possibile e garantire finalmente un’assistenza più vicina alle esigenze
reali dei cittadini, rischiano di diventare l’ennesimo terreno di conquista per il privato. USB guarda con preoccupazione a ciò che è accaduto a Milano dove l’ASST Fatebenefratelli-Sacco ha affidato la gestione totale di tre ospedali di comunità a cooperative private con un appalto di 19 milioni di euro. E non si tratta di un episodio isolato. Consegnare la gestione degli ospedali di Comunità realizzati con i fondi del PNNR, direttamente acooperative private per mancanza di infermieri e operatori socio sanitari significa trasformare un investimento
pubblico strategico in un servizio privato, indebolendo il SSN e peggiorando le condizioni dei lavoratori.
Non accetteremo che questa opportunità venga trasformata nell’ennesimo affare per il privato. USB vigilerà, denuncerà e contrasterà ogni tentativo, anche nella nostra Regione, di trasformare strutture pubbliche in un nuovo terreno di profitto per il privato.
La sanità pubblica non ha bisogno di propaganda, ma di finanziamenti, assunzioni e programmazione. Basta
esternalizzazioni, basta gettonisti, basta definanziamento. La salute è un diritto costituzionale, non una merce.
Difendere il SSN significa difendere i lavoratori che ogni giorno lo tengono in piedi e i cittadini che ne hanno
bisogno. Continuare a smantellarlo significa consegnare la cura al mercato e alla sanità privata, ignorando quei 6 milioni di italiani che hanno rinunciato a visite e accertamenti per liste d’attesa interminabili o per impossibilità
economiche, un dato che dovrebbe scuotere ogni amministratore pubblico.
USB PI Siena non accetta questa degenerazione. É il momento in cui la politica locale e regionale si assuma le
proprie responsabilità”.




