SIENA. Esiste una differenza profonda fra la storia e la cronaca. La cronaca vive dell’immediatezza degli avvenimenti, segue il succedersi delle dichiarazioni, misura l’andamento dei titoli in Borsa, registra offerte pubbliche di acquisto, fusioni, scissioni, concambi, assemblee, deliberazioni dei consigli di amministrazione e strategie finanziarie; la storia, invece, possiede un respiro diverso, perché ricompone gli avvenimenti dentro una prospettiva più ampia, restituisce significato ai sacrifici delle persone e consente di comprendere come il presente non sia mai il prodotto di un singolo evento, ma il risultato di un percorso lungo, spesso faticoso, nel quale decisioni, responsabilità e lavoro quotidiano finiscono per intrecciarsi in modo indissolubile.
È precisamente questa la ragione per la quale, osservando il dibattito che oggi accompagna il futuro del Monte dei Paschi di Siena, avverto una crescente sensazione di incompletezza. Non perché manchino le analisi finanziarie, tutt’altro. Mai come in questi mesi economisti, analisti, advisor, banchieri d’affari e commentatori hanno dedicato attenzione alle possibili aggregazioni, alle offerte pubbliche di scambio, ai concambi, alle sinergie attese, alle quote di mercato, ai riflessi patrimoniali delle operazioni in corso. Manca, piuttosto, un’altra narrazione, quella che dovrebbe costituire il presupposto di qualsiasi riflessione seria sul futuro della banca e che, invece, continua a rimanere sullo sfondo, quasi fosse un elemento marginale. Mi riferisco alla memoria del risanamento.
Ogni banca possiede un patrimonio materiale, rappresentato dal capitale, dagli attivi, dalla raccolta, dagli impieghi, dalla redditività e dagli indici patrimoniali. Esiste però anche un patrimonio immateriale, infinitamente più difficile da misurare ma non per questo meno importante, costituito dalla credibilità conquistata nel tempo, dalla fiducia dei clienti, dal radicamento nei territori, dalle competenze professionali e, soprattutto, dalle persone che quotidianamente consentono a quell’istituzione di svolgere la propria funzione economica e sociale. Se il primo patrimonio compare nei bilanci, il secondo raramente trova spazio nelle valutazioni finanziarie; eppure è proprio quest’ultimo ad avere consentito al Monte dei Paschi di sopravvivere negli anni più difficili della propria storia recente.
Per comprendere davvero il significato del dibattito odierno occorre allora compiere uno sforzo che la cronaca, per sua natura, non è in grado di fare. Occorre tornare indietro nel tempo e ricostruire, con pazienza e con rigore, la lunga strada percorsa dalla banca a partire dal 2012, quando la crisi assunse una dimensione tale da mettere concretamente in discussione non soltanto la continuità aziendale, ma anche la fiducia che il Paese riponeva nell’istituto più antico del mondo ancora in attività.
Sono trascorsi quattordici anni, eppure troppo spesso si parla di quella stagione come se fosse un semplice antecedente storico, quasi una premessa ormai archiviata. Non è così. Tutto ciò che il Monte dei Paschi è oggi nasce esattamente da quel passaggio. Nasce da una crisi profonda, dalla necessità di ricostruire il patrimonio, dalla vigilanza europea, dagli interventi pubblici, dalle condizioni imposte dalle autorità, dai piani di ristrutturazione che hanno trasformato radicalmente la banca e, soprattutto, dalla disponibilità dimostrata dalle lavoratrici e dai lavoratori nell’affrontare sacrifici che pochi altri grandi gruppi bancari italiani hanno conosciuto con la medesima intensità.
Ogni piano industriale ha comportato riorganizzazioni, razionalizzazioni, chiusure di sportelli, ridefinizioni di strutture, mobilità, cambiamenti professionali, riduzioni di organico. Migliaia di colleghe e colleghi hanno lasciato volontariamente l’azienda attraverso gli strumenti previsti dalla contrattazione, altre migliaia hanno visto modificarsi il proprio lavoro, le proprie responsabilità, il proprio contesto organizzativo. Tutto questo è avvenuto senza che venisse mai meno il rapporto quotidiano con la clientela, senza interrompere il sostegno alle famiglie e alle imprese, senza che la banca cessasse di svolgere quella funzione di interesse generale che la Costituzione, sia pure indirettamente, riconosce all’attività creditizia quando essa contribuisce allo sviluppo dell’economia reale.
Vi è un elemento che merita di essere ricordato con particolare forza. Il risanamento del Monte dei Paschi non è stato il risultato esclusivo delle ricapitalizzazioni, né soltanto delle decisioni assunte dai vertici aziendali o dalle autorità di vigilanza. Sarebbe una rappresentazione parziale e, per molti aspetti, ingiusta. Il risanamento è stato possibile perché esisteva una comunità professionale che, pur attraversando anni di straordinaria difficoltà, ha continuato a garantire competenza, dedizione, senso di appartenenza e responsabilità. Ogni risultato economico raggiunto successivamente affonda le proprie radici in quel patrimonio umano.
È anche per questa ragione che il ritorno alla redditività, il rafforzamento patrimoniale, la ritrovata capacità di distribuire dividendi, il recupero della fiducia degli investitori e il riconoscimento ottenuto sui mercati avrebbero dovuto rappresentare, almeno nell’immaginario collettivo, il punto di approdo di un percorso di ricostruzione. Invece, quasi paradossalmente, proprio il successo del risanamento ha reso il Monte dei Paschi nuovamente contendibile, riportandolo al centro di quella stagione di concentrazioni bancarie che sta ridisegnando l’intero sistema creditizio nazionale.
Naturalmente nessuno può contestare la liceità delle operazioni di mercato. Le fusioni, le acquisizioni e le offerte pubbliche costituiscono strumenti previsti dall’ordinamento e appartengono fisiologicamente alla dinamica di un’economia di mercato. Sarebbe persino inutile discuterne. La vera questione è un’altra e riguarda il criterio con il quale tali operazioni vengono valutate.
Negli ultimi anni autorevoli esponenti delle istituzioni economiche italiane hanno più volte ricordato come le aggregazioni trovino la propria giustificazione soltanto quando siano in grado di produrre effettivo valore industriale, di rafforzare il sostegno all’economia reale, di migliorare la qualità del credito, di preservare la concorrenza e di accrescere la capacità delle banche di accompagnare la crescita del Paese. Sono principi condivisibili, che meritano di essere richiamati proprio oggi, perché invitano a guardare oltre la dimensione strettamente finanziaria delle operazioni.
È precisamente in questa prospettiva che le riflessioni di numerosi editorialisti, non solo finanziari, hanno assunto, negli ultimi mesi, un particolare rilievo. Più volte egli ha richiamato l’attenzione sulla necessità di distinguere la logica della mera contendibilità da quella della politica industriale del credito, ricordando come una banca non possa essere considerata esclusivamente un insieme di attività patrimoniali da redistribuire secondo le convenienze del momento, ma rappresenti un’infrastruttura essenziale per il funzionamento dell’economia, per il sostegno ai territori e per la coesione sociale.
Sono considerazioni che meritano di essere meditate senza pregiudizi ideologici. Difendere il valore industriale di una banca non significa opporsi aprioristicamente alle aggregazioni. Significa, piuttosto, domandarsi quale modello di sistema bancario stiamo costruendo, quale equilibrio intendiamo preservare fra concentrazione e pluralismo, quale ruolo vogliamo assegnare al rapporto con i territori e quale peso attribuiamo al lavoro delle persone che, negli anni del risanamento, hanno reso possibile il ritorno del Monte dei Paschi fra gli istituti più solidi del Paese.
È forse proprio questa la domanda che oggi manca nel dibattito pubblico. Si discute di sinergie, di premi impliciti, di valorizzazioni, di governance, di rendimenti per gli azionisti. Molto meno ci si interroga sul significato complessivo di una vicenda che ha coinvolto migliaia di lavoratrici e lavoratori e che rappresenta uno dei più complessi processi di risanamento della storia bancaria italiana. Eppure, senza quella memoria, nessuna valutazione sul futuro potrà dirsi realmente completa, perché una banca non nasce il giorno in cui viene lanciata un’offerta pubblica di scambio, ma è il risultato di una storia, di una comunità professionale e di una responsabilità collettiva che nessun prospetto informativo potrà mai racchiudere integralmente.
Carlo Magni – Uilca Mps




