{"id":88,"date":"2014-07-12T17:59:19","date_gmt":"2014-07-12T15:59:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ilcittadinoonline.it\/la-scorzonera-fragilis\/2014\/07\/12\/ma-poi-che-cos-un-marchio\/"},"modified":"2014-07-12T17:59:19","modified_gmt":"2014-07-12T15:59:19","slug":"ma-poi-che-cos-un-marchio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilcittadinoonline.it\/la-scorzonera-fragilis\/ma-poi-che-cos-un-marchio\/","title":{"rendered":"Ma poi che cos"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: justify\"><strong>di Silvana Biasutti <\/strong><br \/>SIENA. Viene subito in mente Naomi Klein con il suo No Logo (su qualche remoto scaffale tra i libri di un tempo che pare lontano: sono passati quindici anni), e la sua brillante analisi sulle dinamiche del branding e relativi risvolti sociali. Ma ricordo bene anche molti degli uomini che si sono occupati dei marchi italiani &ndash; a partire da Gabriele d&rsquo;Annunzio con &ldquo;la Rinascente&rdquo;, Bob Noorda e Massimo Vignelli autori dei pi&ugrave; bei marchi nostrani, o Lora Lamm, per finire con Benetton, o con Della Valle i suoi fortunati Tod&rsquo;s e Hogan &ndash; imprenditori e creativi tutti sensibili e consapevoli dell&rsquo;importanza della forma in quanto comunica dei contenuti tangibili, ma anche intangibili, cio&egrave; valori alti in grado di parlare al mondo intero <br \/>&ldquo;Ma poi che cos&rsquo;&egrave; un marchio?&rdquo;. Forse qualcuno se lo chieder&agrave;; perch&eacute; molti cosa sia un marchio non lo sanno e non ne distinguono le caratteristiche rispetto a un nome proprio, a un toponimo, a una denominazione &hellip; <br \/>E purtroppo, oggi, i pi&ugrave; si limitano a chiedere &ldquo;quanto vale&rdquo; un marchio; scrivo purtroppo perch&eacute; &egrave; un ragionamento scorciatoia che ha impedito finora &ndash; prima &ndash; di capire che i marchi sono la spina dorsale del nostro lungo (e fragile) paese e &ndash; poi, di conseguenza &ndash; di adottare gli accorgimenti per tutelarli.<br \/>Invece, un lungo rosario di marchi di prestigio &ndash; tra cui, solo cito i primi che mi vengono in mente al momento, Gucci, Loro Piana, Indesit, San Pellegrino, Fiat, Perugina &ndash; &egrave; emigrato verso un destino che magari garantir&agrave; la prosecuzione dell&rsquo;attivit&agrave; e il successo (tradotto in soldoni), ma che inevitabilmente spezza il filo dell&rsquo;appartenenza a una cultura che &egrave; il cuore stesso del made in Italy.<br \/>Che questo esodo di massa, pi&ugrave; simile a un&rsquo;emorragia che a un viaggio in cerca di fortuna, sia un fenomeno legato alla globalizzazione, o che sia figlio della finanza &lsquo;che ha sostituito il lavoro&rsquo;, poco importa; perch&eacute;, come sempre, ci&ograve; che conta &egrave; la consapevolezza; capire perch&eacute; ci&ograve; accade consente (consentirebbe), non tanto di impedire, ma di governare il fenomeno. <br \/>Ma sono ancora poche le imprese che si affidano alla ricerca, cio&egrave; a indagare che cosa fa il successo del loro corporate e dei loro brand; che si domandano quanto e cosa e come e quali siano gli elementi che permettono loro di sopravvivere alle componenti della propriet&agrave;, al management, al tempo che trascorre, al mondo che cambia, alle mode &hellip; ah s&igrave; ecco, per esempio: le mode. Quanti capiscono quant&rsquo;&egrave; rischioso essere di moda, quanti sanno qual &egrave; il momento in cui bisogna intervenire, quanti percepiscono l&rsquo;importanza di essere semplici (e comprensibili, e possibilmente onesti) per durare? E poi, &egrave; cos&igrave; imprescindibile essere identici nel tempo o non &egrave; forse meglio un&rsquo;adattabilit&agrave; dinamica &ndash; come dice l&rsquo;adottato motto &ndash; &ldquo;tempora mutantur et nos mutamus in illis&rdquo;? E perch&eacute; questo adattarsi ai tempi che mutano &ndash; e dio solo sa quanto essi siano mutevoli! &ndash; ma senza troppo cedere della nostra identit&agrave;, &egrave; cos&igrave; strategico, fino a divenire nei casi migliori una vera e propria seconda natura, per proseguire nel viaggio di un&rsquo;impresa? <br \/>Nell&rsquo;italietta che ha tirato a campare contando sullo &lsquo;stellone&rsquo; che la proteggeva pochi (perch&eacute; costretti) si sono posti domande come queste o come quelle negli immediati dintorni. Ma oggi non si pu&ograve; pi&ugrave; contare sulla benevolenza degli dei (o dello stellone) e sull&rsquo;auto compiacimento, sul genio italico (che appare un po&rsquo; frusto a leggere le cronache), e forse nemmeno pi&ugrave; totalmente sul genius loci, in tempi in cui una crescente fetta di quelli che contano non hanno legami autentici con quello che fanno. <br \/>Perch&eacute; questo &egrave; un marchio: significa ci&ograve; che sei, nel tempo (non in mezz&rsquo;ora e nemmeno in un mese). Un marchio &egrave; la tua storia &ndash; all&rsquo;inizio &ndash; poi, con il tempo, diventa il modo in cui tu sei capace di raccontarla: dicendo la verit&agrave; (perch&eacute; oggi tutto &egrave; documentato e documentabile; tutto &egrave; risaputo e dire bugie &egrave; possibile, forse, ormai solo in amore), e il modo in cui tu ti comporti.<br \/>E se &egrave; vero che per un italiano medio, come chi scrive, per esempio, comprare una Fiat resta ancora qualcosa che si dice (e si fa), &egrave; anche vero (attenzione!) che nella sua testa, giorno dopo giorno, il marchio Fiat (<strong>F<\/strong>abbrica <strong>I<\/strong>taliana <strong>A<\/strong>utomobili <strong>T<\/strong>orino) sta perdendo quell&rsquo;appeal (quel significato) che negli anni e nei decenni ha tenuto la Fiat al centro dell&rsquo;immaginario degli italiani, inchiodati anche dallo sguardo magnetico di Gianni Agnelli e dimentichi dei costi della cassa integrazione; la ragione di ci&ograve; la conosciamo e la leggiamo quotidianamente.<br \/>Ma che cos&rsquo;&egrave; un marchio e come funziona e perch&eacute; &egrave; importante che sia lindo e conosca l&rsquo;uso di mondo e abbia un&rsquo;allure che comunichi semplicit&agrave; ma anche cosmopolitismo, e solidariet&agrave; e comunanza di interessi (e immediatezza!) lo si pu&ograve; imparare sui testi sacri di sociologi e ricercatori, oppure acquisire semplicemente scorrendo i grandi e piccoli (ma preziosi)  marchi italiani. Parlarne serve anche per imparare ad averne cura; aver cura dei nostri marchi &egrave; un po&rsquo; anche amare il nostro paese. <br \/>E quanto conta &ldquo;il disegno di un marchio&rdquo; che deve tradurre visualmente ci&ograve; che dice ed essere in grado di comunicarlo con un segno lo sanno i grandi designer e solo qualche (grande) pubblicitario come Gavino Sanna o Lorenzo Marini. E quanto impegno richieda gestire un marchio ai tempi global, lo sanno (per fortuna ce ne sono ancora) gli imprenditori e i manager consapevoli!<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Silvana Biasutti SIENA. Viene subito in mente Naomi Klein con il suo No Logo (su qualche remoto scaffale tra i libri di un tempo che pare lontano: sono passati quindici anni), e la sua brillante analisi sulle dinamiche del branding e relativi risvolti sociali. 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