di Raffaella Zelia Ruscitto
SIENA. David Parenzo arriva a Siena per presentare alla Biblioteca degli Intronati il suo libro “Lo scandalo Israele” e scoppia la polemica.
L’Associazione Allerta Media, in una lettera aperta, chiede di annullare l’incontro o, in alternativa, di invitare il rettore di Unistrasi, Tomaso Montanari, nel tentativo di controbilanciare le opinioni su quanto accade a Gaza ormai da oltre due anni.
Il giornalista dell’Aria che Tira replica piccato alle polemiche, parlando di “minoranza rumorosa” di “soggetti”; definendo l’idea di invitare Montanari una ipotesi “semplicemente idiota”.
Chi si schiera contro Parenzo porta le ragioni del popolo di Gaza; chi si schiera a favore di Parenzo si appella alla “libertà di parola”.
Come si esce da questo dualismo? Come è possibile, in un tempo come il nostro, nel quale qualunque argomento viene declinato da destra e da sinistra in forma conflittuale, cercare una uscita di sicurezza? Come si può far convivere le diverse opinioni senza cadere nel solito tranello del “me contro te”, grazie al quale ingrassano i potenti del mondo e muoiono i neuroni del “popolo assuefatto”?
Eh sì, è in questo modo che si distraggono le masse. E’ così che si fanno passare sotto traccia le scelte più inique, quelle che noi pensavamo (da ingenui) ormai superate, le cosiddette “politiche di casta”. E’ così che si perde la bussola.
Proviamo, insieme, a recuperare un minimo di coscienza? Proviamo a restare nel presente senza farci tirare in questo gioco crudele che serve solo ad abbrutirci, e che ha come uniche vittime innocenti la nostra intelligenza e la nostra consapevolezza di esseri umani?
Partiamo dalla libertà di parola.
Sebbene in una società evoluta la libertà di parola debba essere non solo un diritto sacrosanto, ma un pilastro stesso del vivere comune, da difendere strenuamente e senza tentennamenti, occorre fare una riflessione molto seria e sofferta sull’attuale situazione. L’aver dato voce a tutti, su tutto, indistintamente, ha creato un caos di disinformazione, aberrazione della verità, manipolazione delle masse che è sotto gli occhi di tutti.
Quella che è stata in assoluto una conquista umana ci si è rivoltata contro al punto che anche il valore della parola si è assottigliato fino ad aver quasi perso di significato. Bombardati da miliardi di opinioni gettate a casaccio sui social, sulle tv generaliste, per la strada, al bar, i poveri cervelli sono fagocitati e facilmente polarizzati; farsi un’opinione su qualunque argomento diventa così difficile che, inevitabilmente, si cede alla corrente più forte, alle affermazioni sentite continuamente, alle notizie ripetute come mantra, alle dichiarazioni della parte politica di riferimento. Più facile così che leggere, studiare, informarsi e farsi una propria opinione, no?
Sotto la bandiera della libertà di parola hanno trovato rifugio idee razziste, suprematiste, classiste, violente, disumane e, pur di difendere il principio, si è finito per distruggere tutto il resto. Ogni morale, ogni etica, ogni umanità, la decenza persino.
Lungi da me rinnegare qualsivoglia libertà o ritornare a Platone e alla sua idea di Repubblica (che pure tendo ultimamente a guardare con un occhio diverso), ma forse andrebbero trovate nuove strade da percorrere per garantire la libertà di parola e, al contempo, correggere le aberrazioni degli ultimi trent’anni.
Alla luce di tutto questo si può inserire la vicenda Parenzo (e tante altre simili).
Su Israele e Gaza si è detto tutto e il contrario di tutto. La polarizzazione delle opinioni ha portato, come sempre, a scontri che sono serviti a dimenticare un principio davanti al quale, se tutti restassero lucidi e non di parte, non si potrebbe mai e poi mai abdicare: il valore della vita umana.
Non ci dovrebbero essere (ed infatti non ci sono) giustificazioni all’uccisione indiscriminata di uomini, donne, bambini, in qualunque parte del mondo. Di fronte a questa verità imprescindibile, la parola (e la sua libertà) dovrebbe lasciare il posto al silenzio, al dolore, al senso di sconfitta di fronte ad una umanità persa che rinnega se stessa ogni volta che non sa guardarsi come parte del tutto. Invece le parole cominciano a moltiplicarsi, perdono peso e vengono abusate, proprio come la vita umana.
Il genocidio di Gaza, confermato da svariati organismi internazionali, da associazioni umanitarie, da illustri israeliani intellettualmente onesti, dagli occhi di chi vuole guardare, viene negato per opportunità politica, per convenienza, per sudditanza, forse anche per la strenua difesa di un’idea (Dio solo sa quale).
Seguendo lo stesso filone, le parole antisemita e antisionista vengono messe sullo stesso piano, pur non avendo lo stesso significato. E allora, stranamente, la libertà di parola, difesa a oltranza da più parti, viene negata dove conviene, e criticare lo Stato d’Israele (e non gli ebrei in quanto ebrei) diventa addirittura un reato!
Tutto questo chiacchiericcio (e qui sta la vergogna che dovrebbe seppellirci tutti) non si interrompe, come un macabro sottofondo, sulla sofferenza e sullo sterminio di un popolo che continua anche adesso, mentre scrivo queste righe. Alla faccia del Giorno della Memoria, che ricorda certo l’Olocausto e i campi di sterminio nazisti, ma che dovrebbe, in senso molto più ampio, ricordarci che l’umanità intera ha vissuto e vive tragedie simili anche oggi, sotto gli occhi di tutti. Altrimenti che senso ha ricordare? Ditemelo voi! E’ solo un esercizio intellettuale? E un pretesto per giustificare altri campi di sterminio? O è un monito a non calpestare il valore della vita umana, senza distinzione di razza o di fede, mai, per nessuna ragione?
Purtroppo l’orrore che l’uomo è stato capace di realizzare in passato non è servito da monito: ha cambiato solo vittime, ha deumanizzato altre razze, rimanendo pur sempre orrore. Ma anche l’orrore, a quanto pare, può essere “opinabile”. Anche il termine “guerra” usato a sproposito nella vicenda di Gaza, o della Cisgiordania, è usato a sproposito. Anche il concetto di “colonie” ha un’accezione fuorviante, per quello che riguarda la storia mediorientale. Inevitabilmente, ricadiamo sulla questione della “libertà di parola”, che ammanta con la sua veste dignitosa parole che sono tutt’altro che dignitose.
David Parenzo ha diritto di dire quello che pensa? Sì, ne ha diritto.
Chi si sente offeso dalle sue opinioni ha diritto di dire che si sente offeso dalle sue opinioni (ed io sono tra questi, lo ammetto senza per questo sentirmi in colpa)? Sì ne ha diritto.
David Parenzo ha diritto di venire a Siena a presentare il suo libro? Certo, se qualcuno l’ha invitato a farlo. E chi non è d’accordo con lui, semplicemente, se ne andrà a mangiare una pizza ed eviterà di andare alla Biblioteca degli Intronati a fare polemica ed a portare il suo dissenso. Perchè? Perchè darebbe indirettamente un valore ad una opinione che parte da principi diametralmente opposti e che non possono trovare alcun punto di contatto.
Fino a quando non ci metteremo d’accordo sul valore della vita umana; fino a quando non ci renderemo conto che non ci sono “noi e gli altri”; fino a quando non varrà più la dignità umana dell’interesse del più forte; fino a quando la libertà di parola troverà un naturale (e non imposto) freno di fronte alla ingiustizia della sofferenza inflitta ad un popolo o anche ad un solo uomo, non ci potrà essere alcun confronto. Al massimo, una laconica tolleranza.



