di Enzo Martinelli
SIENA. Le dichiarazioni della presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, nella posticipata conferenza stampa di fine d’anno, rendono urgente che la classe politica senese “batta” qualche colpo sui futuri destini del Monte dei Paschi, se non altro per dire a Roma che Siena c’è, è la sede della banca e non sta solo a guardare.
Occorre sforzarsi di leggere il futuro dei nuovi assetti societari, scrutare le probabili evoluzioni e ipotizzare il ruolo che la Banca “rinnovata e ingrandita” potrà svolgere anche a favore del territorio che la ospita fin dalla sua nascita.
I proprietari dell’Istituto di credito nella stragrande maggioranza non sono (né saranno) senesi. I profitti che la gestione aziendale maturerà saranno dunque riservati e riversati interamente fuori delle terre di Siena.
La direzione generale della banca in virtù delle norme statutarie potrà (forse) rimanere a Rocca Salimbeni, anche per effetto degli strumenti tecnologici che oggi facilitano i collegamenti tra le diverse sedi operative dell’istituto di credito.
Ma il peso di Roma, Milano e forse Trieste non tarderanno a farsi sentire. Sarà comunque difficile contrastare le interferenze di ogni tipo. L’occupazione nel settore finanziario, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, non sarà sicuramente in espansione e quindi la ricaduta sul territorio senese non avrà grandi effetti. E allora come sfruttare la presenza a Siena del terzo gruppo creditizio italiano?
Sarà il caso che la classe dirigente della città, a cominciare da quella politica, presti senza ulteriori indugi, tempo e cervello per formulare qualche percorribile proposta (se possibile unitaria), nel tentativo di governare le conseguenti future vicende della banca.
Provo, da cittadino illuso e speranzoso, a formularne una. Concordare con i principali proprietari del Monte la costituzione di una “specifica società immobiliare” per acquisire in città (magari con mutui MPS) almeno una parte degli immobili da anni “vuoti”. D’intesa con l’ente locale, la società dovrebbe riadattare gli edifici (residenze, ricettività alberghiera, studentati, attività direzionali, commercio ecc) per rimetterli poi sul mercato. La società faccia insomma (con i suoi soci esperti e potenti) quello che l’imprenditoria locale non ha la capacità e la forza di fare. Investendo alcune decine di milioni sul mattone senese, gli immobiliaristi del terzo polo bancario non dovrebbero correre rischi, perché consoliderebbero il loro denaro nel valore degli immobili. Recupererebbero i loro investimenti dalle future vendite delle strutture trasformate a privati o a enti pubblici. La città rimetterebbe in circolo almeno una parte dell’enorme patrimonio edilizio da anni inutilizzato. L’iniziativa non inficerebbe o ostacolerebbe altre analoghe proposte finora oggetto solo di parole e di oziose discussioni. Si creerebbe occupazione e la rigenerazione di pezzi di tessuto urbano. Sarebbe infine un modo corretto per far pagare a favore della città qualche piccolo dazio a quanti con il Monte dei Paschi hanno già fatto e in futuro faranno affari.



