di Pierluigi Piccini
SIENA. C’è un articolo, in questi giorni, che racconta a cosa si sia ridotta la posizione di Siena nella partita sul Monte meglio di qualunque analisi. Lo fa senza volerlo, allineando tre voci che credono di dire la stessa cosa e dicono invece il contrario l’una dell’altra. Conviene leggerlo controluce: è nelle giunture, non nelle dichiarazioni, che si vede dove sono finiti il potere e la parola.
Il sindaco propone un tavolo interistituzionale, con la formula del non restare spettatrice di pietra. Ma nello stesso respiro lo svuota: non avrebbe la pretesa di incidere sulle decisioni societarie, resterebbe «un segnale di attenzione e vigilanza». E qui la proposta gira a vuoto, per una ragione che va detta con esattezza: non perché manchi una leva, ma perché c’è e non la si nomina. Si chiama golden power. Il governo l’ha usata su altre operazioni bancarie e su questa potrebbe usarla, tanto più che, avendo il Monte assorbito Mediobanca, la catena arriva a una quota di Generali — asset che dei poteri speciali è terreno d’elezione. Una città che volesse pesare avrebbe un punto reale su cui premere: le condizioni e il presidio dell’occupazione che il governo può imporre in sede di autorizzazione. Solo che quella leva non è in mano a Siena, ma al ministro dell’Economia: lo stesso Giorgetti che, poche righe più sotto, sulla quota pubblica dice «chi ci dà di più». Siede sui due lati — venditore della partecipazione del Tesoro e arbitro che può condizionare l’operazione. È a questo nodo che una proposta seria dovrebbe rivolgersi. Il tavolo del sindaco, invece, rinuncia in partenza all’unico strumento che conti e si accontenta del «segnale». Non è debole perché il campo sia vuoto: è debole perché evita di nominare la sola arma rimasta, impugnata da chi nello stesso istante fa il banditore.
Il secondo argomento sembra il più solido, ed è il più rivelatore — per ragioni opposte a quelle che lascerebbe credere. Il patrimonio artistico, si dice, non può essere trattato come «un semplice bene trasferibile». Vero nella sostanza giuridica, e proprio per questo si rivolta contro chi lo usa: quelle opere non sono trasferibili da nessuna operazione societaria, lo erano già, a monte, per legge. Essendo il Monte all’origine un istituto di diritto pubblico, il suo patrimonio storico-artistico ricadeva automaticamente sotto tutela; e la trasformazione in S.p.A. del 1995 — lo si dimentica con comodo — non sciolse il vincolo, che permane finché non sia compiuta la verifica dell’interesse culturale. Su quella base si è costruito il presidio più forte: la collezione Chigi Saracini è vincolata come raccolta indivisibile e pertinenziale al palazzo, e quando nel 2017-2018 le opere finirono fra i beni alienabili del piano imposto dalla vigilanza europea, la Soprintendenza estese il meccanismo a Palazzo Salimbeni legandolo alla Rocca, con approvazione ministeriale del marzo 2018; nel 2021 fu allargato ad altri cinque nuclei. L’effetto è quello che si finge di dover difendere: le opere non possono essere allontanate da Siena, né disperse, e ogni alienazione è subordinata ad autorizzazione.
Una cautela, per non scivolare: il vincolo pertinenziale copre nuclei determinati — Chigi Saracini, Salimbeni-Rocca, i cinque del 2021 — non meccanicamente tutte le circa trentamila opere. Sul resto opera la tutela in attesa di verifica, che impedisce comunque uscita e vendita libera ma non equivale, pezzo per pezzo, al legame con un edificio. Già nel 2018 si chiedeva «quante e quali»: la perimetrazione non era, e in parte non è, pacifica. Sfumatura tecnica, non attenuante.
Ed è qui che l’argomento mostra la corda, con ogni probabilità in piena buona fede. Proprio perché le opere sono già vincolate, il loro destino non dipende da chi controlla la banca: il vincolo segue il bene, non il pacchetto azionario. Invocare il patrimonio per dire che la banca «non è un bene trasferibile» tiene insieme due piani che la legge separa: la trasferibilità del controllo, materia finanziaria che si decide altrove, e l’inamovibilità del patrimonio, già garantita a prescindere. Non occorre supporre malizia; è più istruttivo il contrario, che l’argomento culturale affiori spontaneo per primo. Si nomina d’istinto ciò che è al sicuro, perché ciò che si è perso non si sa più come nominarlo. È, in piccolo, il movimento del pretesto — ma riflesso, non calcolo, e per questo dice della città più di un’astuzia.
Poi il rettore contesta una parola. Risiko gli pare una forzatura: «qui non si gioca». Obiezione di lessico, smentita poche righe sotto dall’unica voce che detenga qualcosa: il ministro, sulla quota pubblica, dice di valutare «chi ci dà di più». Ecco la definizione esatta di ciò che il rettore non vuole si chiami gioco. Non è un gioco: è un’asta. Lo Stato descrive l’operazione come cessione al miglior offerente, nella lingua impietosa della contabilità. Tutto lo scarto è qui: i senesi parlano di memoria e identità, lo Stato di valore riconosciuto alla quota. E chi tiene il portafoglio decide quale lingua sia quella ufficiale.
C’è poi un cortocircuito più amaro. Il rettore ringrazia il management uscente per aver «cercato di evitare questo scenario» — ma lo scenario è il frutto della strategia di quel management, che ha condotto il Monte dentro il consolidamento, da preda a predatore e di nuovo a oggetto di un’offerta. Ringraziare il regista per averti riparato dall’operazione si chiude su sé stesso. Si capisce allora la candidatura dell’amministratore delegato al Mangia d’Oro: la città si prepara a premiare chi ha condotto la manovra che dice di subire. Il massimo riconoscimento civico per aver gestito la perdita della sovranità.
Tutto converge in una parola, sfuggita a chi difendeva l’identità: la banca, dice il rettore, è «un brand fortissimo». L’ha detto in nome della storia, e ha pronunciato il termine che ne firma la resa: un brand è ciò che si valuta, si negozia, si sposta. È questo, e solo questo, a essere in gioco. Non i quadri, protetti da decenni; non i palazzi, ancorati per legge. Il controllo della banca: la sola cosa che a Siena non si decide più, e attorno a cui si addensa per questo il maggior rumore di parole.
Ci si stringe attorno al patrimonio perché lì ci si sente ancora forti — e lo si è, dato che nessuno attacca. Si convoca un tavolo senza poteri perché è il gesto a portata di mano. Si contesta una parola perché sul resto non c’è presa. Tre movimenti forse sinceri, ma che girano tutti attorno all’unico oggetto del contendere, quello che il ministro nomina senza riguardi: chi dà di più. E l’unica leva capace di condizionarlo, i poteri speciali, resta dove la città non guarda: a Roma, nelle mani dello stesso soggetto che vende e batte l’asta. La sostanza la mette all’incanto il governo, in quattro parole di contabilità; Siena risponde con cinque secoli di memoria e un vincolo che era già lì. E quando l’unica cosa che una città può ancora rivendicare è un nome inciso su un marchio destinato a cambiare di mano altrove, la conclusione si è scritta da sé: di Siena, sul Monte, resta soltanto il nome.
Nota. Sul punto decisivo — che le opere non si possano muovere da Siena, e dunque non dipendano da chi controlli la banca — i riscontri sono pubblici e univoci. Le opere di Palazzo Chigi Saracini risultano vincolate fin dal 2013; nell’ottobre 2017 la Soprintendenza avviò il procedimento per vincolarle come collezione indivisibile e pertinenziale al Palazzo Chigi Saracini, in risposta all’ipotesi di cessione contenuta negli accordi con l’Unione europea sul piano di ristrutturazione per il via libera agli aiuti di Stato. Nel marzo 2018 il Ministero approvò l’estensione dello stesso vincolo pertinenziale alle opere di Palazzo Salimbeni, legandole alla Rocca: erano proprio i beni che la Banca centrale europea aveva classificato come vendibili all’interno del piano di salvataggio, e l’effetto del provvedimento è netto, perché il vincolo non consente di allontanare dipinti e sculture da Siena. Nel piano industriale l’alienazione era stata stimata intorno ai 121 milioni di euro, su un patrimonio di oltre trentamila opere accumulate nei secoli. Nel febbraio 2021 la procedura fu allargata a cinque ulteriori nuclei collezionistici, per complessive 778 unità — tra cui le opere del palazzo Orlandini del Beccuto a Firenze, quelle della ex Banca Toscana e gli artisti senesi tra Otto e Novecento. Sul resto del patrimonio opera invece la tutela ordinaria in attesa di verifica, che impedisce uscita e vendita libera ma non àncora pezzo per pezzo l’opera a un edificio: di qui la richiesta, già allora, di sapere «quante e quali». Il Sole 24 ORE + 4
Quanto al golden power: il governo lo ha esercitato su alcune operazioni bancarie e non su altre, ed è contestazione bipartisan che sia intervenuto su alcune e abbia scelto di non intervenire su altre senza che i criteri adottati siano mai stati chiariti; quella discrezionalità ha provocato l’apertura di una procedura d’infrazione della Commissione europea sull’incompatibilità dei poteri discrezionali nelle fusioni bancarie con il diritto dell’Unione. Il nodo del doppio ruolo è anch’esso documentato: il Mef è insieme tra gli azionisti di Mps e titolare del golden power. Le frasi del rettore («qui non si gioca», «un brand fortissimo») e quella del ministro sulla quota pubblica («chi ci dà di più») sono riprese dall’articolo di Siena News del 10 giugno 2026 da cui muove l’intera analisi. MilanoFinanza + 2




