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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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Referendum: “sì” o “no” per me pari sono

Renzi continuerà ad avere la maggioranza nel partito e la maggioranza in Parlamento

di Red

SIENA. Anche le persone con le migliori intenzioni riescono a svicolare dal tema che caratterizza il referendum costituzionale. Tutti si sentono scienziati nel prevedere scenari politici (e apocalittici) più svariati possibili dall’esito di un NO o di un Sì, e viceversa. E’ il frutto del condizionamento edulcorativo del sistema di informazione. Perchè aiuta la gente a guardare il dito e non la luna. Beh, il dito l’abbiamo a pochi centimetri, è più facile.

Lo si intuisce anche dai commenti dei lettori ai nostri articoli. Ma può sapere Red se la vittoria del NO rimetterà Siena nelle mani del groviglio armonioso (di cui d’Alema per altro si è sempre tenuto fuori), se Salvini difendendo la Costituzione da separatista sia sincero o meno, se il Sì vincente ci darà punti di PIL e ridurrà il debito pubblico? Il dopo referendum di per sè non cambierà nulla. Renzi continuerà ad avere la maggioranza nel partito e la maggioranza in Parlamento e continuerà a invocare leggi-delega a presidenti della Repubblica che firmano ogni cosa. Ogni altro scenario è legato a scelte che sono e saranno solo sue.

E dopo che anche noi siamo riusciti nella poco ardua impresa di svicolare dal tema referendario – a scuola, in un compito di italiano ci saremmo già garantiti l’insufficienza – leggiamo dai giornali di oggi due esempi che ci spiegano come questo referendum e il cambiamento della Costituzione in senso renziano sia completamente inutile.
Leggiamo che sulle ipotesi di reato commesse nell’Università di Siena – e che hanno contribuito a renderla la barzelletta dell’istruzione in Italia – è caduta la mannaia della prescrizione, per cui gli autori dei misfatti non saranno giudicati. Barzelletta su barzelletta. Questo fatto dell’incertezza del giudizio è ritenuto dagli esperti uno dei motivi che frenano gli investimenti stranieri in Italia. Un fatto gravissimo, da cui dipendono punti di PIL fondamentali e la creazione di posti di lavoro, i fiori all’occhiello del governo attuale e non solo. Un problema che si potrebbe risolvere in poco più di tre settimane, togliendo la prescrizione a processo cominciato e facendosela votare dalle Camere, come l’aumento delle spese dei partiti insegna. Tesi sostenuta da illustri giuristi di fama. Senza chiamare gli italiani alle urne, Renzi potrebbe incassare un dividendo altissimo con una legge fatta di due righe. Ovviamente non l’ha fatto e non la farà mai, sennò anche per lui non parleremmo di casta.
Essere giovane non vuol dire non essere uno della Casta e alternativo, lo dimostrano i fatti e le scelte di potere. Beh, con il referendum questo problema non si sposterà di una virgola, anzi, gli italiani che volessero una riforma giudiziaria in tal senso avrebbero ancora meno probabilità di vederla accolta: in due anni e nove mesi di presidenza Renzi non ha mai preso in considerazione la Vera Riforma. Non una quisquilia: senza la prescrizione a processo cominciato nessun imputato avrebbe più interesse a portare il processo alle calende greche, fingendo, ad esempio, un ricovero in ospedale a New York. I processi perderebbero oltre il 60% delle udienze perciò la macchina della giustizia andrebbe avanti più veloce. Ma non è un provvedimento “figo”, non porta applausi in televisione, non distoglie la gente dalla realtà, non autorizza la ruberia diffusa a tutti i livelli di comando.
Il Financial Times e il Wall Street Journal se ne escono oggi raccontando che la vittoria del NO farebbe prevedere “una sequenza di eventi che metterebbe in dubbio l’appartenenza dell’Italia alla zona euro”. Ma nel corpo dell’articolo non ci raccontano la liasion dangereuse che giustifica l’accostare referendum e uscita dall’euro. NO, i due “autorevoli” esponenti della finanza anglosassone – una cosa molto vicina a JP Morgan, tanto per capirsi – affermano che la responsabilità andrebbe scaricata su
1) la debole performance economica del Paese che “ha perso il 5% di produttività” dall’adozione dell’euro nel 1999, “mentre in Germania e Francia è salita del 10%”;
2) il “fallimento” dell’Ue “che non ha saputo costruire una vera Unione economica e bancaria dopo la crisi del 2010-2012 e ha invece imposto l’austerità”.
Come tutti dovrebbero sapere e come indirettamente affermano casualmente lo stesso giorno gli stessi giornali, la vittoria del Sì al contrario risolverebbe i problemi? Certamente NO. Sennò stai mettendo accanto mele e pere; forse le firme autorevoli degli articoli non temono il ridicolo; forse ci stanno raccontando balle paurose come la vittoria di Trump. Quella di cui ci avevano promesso uno scenario da incubo. Il giorno dopo e quelli seguenti ancora le elezioni negli USA le borse hanno chiuso normali giornate di contrattazioni.
E torniamo al cappello iniziale: va bene parlare di tutto tranne che spiegare agli italiani che, in assenza di contrappesi istituzionali indipendenti, che vengono svuotati di contenuti con questa pseudo-riforma, il governo potrà agire con la stessa libertà di un Erdogan in Turchia in questo momento. Con più eleganza e un marcato accento fiorentino, magari; in nome e per conto del ceto oligarchico dirigente, che ha ucciso l’indipendenza economica e il benessere della classe media in Italia e nell’Europa occidentale certamente. D’altra parte il pastore è uno e le pecore sono tante…
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