di Pierluigi Piccini
SIENA. C’è una regola non scritta della politica senese: quando non si può decidere nulla, si litiga su chi non ha deciso. La giornata di ieri ne è stata l’ennesima conferma. Rotta l’unità che appena qualche giorno prima aveva prodotto documenti approvati all’unanimità in Comune e in Provincia, i due parlamentari del territorio si sono affrontati sul terreno più comodo e più sterile che ci sia: quello dell’attribuzione della colpa. Franceschelli chiede al Governo di dire «da che parte sta»; Michelotti risponde che «i compagni non cambiano mai» e ricorda che la dismissione della quota pubblica non nasce con Meloni, ma da impegni europei sottoscritti anche dal Pd. Hanno ragione entrambi, il che è il modo più elegante per dire che nessuno dei due sta parlando della cosa.
Perché la cosa, intanto, accade altrove. Mentre a Siena ci si contende la titolarità della «difesa del Monte», il consiglio di amministrazione di Banco Bpm archivia l’ipotesi di fusione con Rocca Salimbeni — «non c’erano più le condizioni», spiega Castagna — l’Opas del Monte su Mediobanca segue il suo corso, e il Mef, per bocca di Giorgetti, ribadisce la propria «non interferenza» ricordando che l’accelerated bookbuild sulla quota residua era «programmato prima». Tradotto: lo Stato si sfila, ordinatamente, e lo dice. Le leve vere della partita — il capitale, i patti tra azionisti, le geometrie di Caltagirone e Delfin, le scelte dei consigli — sono maneggiate a Milano e a Roma, nei luoghi dove Siena non siede più da tempo. La città può commentare. Non può decidere. E il fatto che continui a discutere come se potesse è, insieme, la sua grandezza e la sua malinconia.
Qui sta il nodo che la bagarre di ieri lascia accuratamente in ombra. «Tutelare Siena» è una formula bellissima e, allo stato, quasi vuota. Cosa significa, in concreto? Una lettera al ministero non è una strategia; una nota della presidente della Provincia sul «silenzio incomprensibile» di Giorgetti non è uno strumento; e nemmeno l’invocazione dell’occupazione, del marchio, della direzione generale — tutte cose sacrosante — diventa leva se resta enunciato. La verità scomoda è che la difesa di un patrimonio si esercita quando si possiedono gli strumenti per esercitarla: quote, governance, potere di veto, capacità di indirizzo. Chi quegli strumenti li ha ceduti, negli anni, per obbligo o per scelta, oggi si trova a difendere non una banca ma un nome. E la difesa di un nome, per quanto commovente, è già una posizione arretrata.
Non è un rimprovero di parte. Vale per il centrosinistra che agita la «tutela di Siena» come vessillo elettorale, e vale per il centrodestra che si trincera dietro il lavoro «serio e silenzioso» dell’amministrazione comunale, come se il silenzio fosse di per sé una virtù industriale. Entrambi confondono, ancora una volta, il nome e la sostanza: scambiano il gesto per la cosa, la dichiarazione per il fatto, l’appartenenza per la competenza. È un vizio antico, che a Siena ha radici profonde e che il Monte conosce meglio di chiunque: la città ha creduto per troppo tempo che possedere il simbolo equivalesse a governare il processo. Quando i due si sono separati — e si sono separati da molto — è rimasto il simbolo, cioè la retorica, cioè, alla fine, la bagarre.
Il paradosso è che il 20 agosto Comune, Provincia e Regione dovrebbero presentarsi a Giorgetti con una linea unitaria. Ma un fronte istituzionale che si incrina il 5 di agosto per una schermaglia tra due parlamentari non è un fronte: è una fotografia di gruppo che dura il tempo dello scatto. L’unità, per contare, deve poggiare su una domanda condivisa e verificabile — che cosa chiediamo, con quali strumenti, in cambio di che cosa — non sulla pace armata tra chi si accusa reciprocamente di strumentalizzare. Finché la posta sarà «di chi è la colpa» e non «che cosa vogliamo», l’incontro con il ministro sarà un altro rito, cortese e ininfluente.
Resta, sotto il rumore, la questione seria, quella che nessuno dei contendenti ha davvero voglia di affrontare perché li obbligherebbe a guardarsi indietro: che ruolo può ancora giocare un territorio quando il suo asset storico è diventato una pedina in uno scacchiere nazionale, e le regole del gioco si scrivono nei consigli e nei patti parasociali, non nei consessi cittadini. È una domanda che riguarda il rapporto — mai risolto — tra la comunità e la sua istituzione economica; e che nessuna nota stampa, da qualsiasi parte provenga, potrà mai chiudere. La si può eludere con una lite. Non la si può cancellare. E il tempo, come sempre a Siena, presenterà il conto a chi avrà preferito il rumore alla sostanza.




