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“Mps: le grandi trasformazioni non aspettano le esitazioni della politica”

Per Piccini "la distanza crescente tra banca e territorio potrebbe diventare un’opportunità di maturazione"

di Pierluigi Piccini

SIENA. Ogni passaggio strategico di Monte dei Paschi supera inevitabilmente la dimensione bancaria. Per Siena la banca non è solo un attore economico: è una componente strutturale dell’identità urbana, un baricentro che per decenni ha orientato sviluppo, lavoro e prestigio. Proprio per questo, le trasformazioni in corso meritano una lettura che non si limiti alla finanza, ma interroghi il destino della città.

C’è però un punto che non può essere eluso. La politica senese — e in particolare quella oggi al governo della città — non sembra possedere né la visione né la forza necessarie per ridisegnare un percorso strategico all’altezza di questa transizione. Si naviga spesso nella gestione dell’immediato, mentre sarebbe indispensabile costruire una prospettiva capace di tenere insieme economia, lavoro qualificato, università, innovazione e attrattività territoriale. Le grandi trasformazioni non aspettano le esitazioni della politica: le travolgono.

Il primo dato da comprendere è che Siena non controlla più la propria banca come un tempo. Le grandi decisioni si prendono ormai dentro equilibri nazionali ed europei. Questo ridimensionamento può essere letto come una perdita, ma contiene anche una possibilità: liberare la città da una storica dipendenza che, negli anni, ha finito per frenare la diversificazione economica.

Esiste tuttavia anche lo scenario opposto. Se il nuovo assetto dovesse tradursi in una banca più forte ma meno radicata, Siena rischierebbe di diventare soltanto il luogo della sede legale, mentre le leve reali si sposterebbero altrove. È un processo già osservato in molte città europee: la presenza simbolica resta, quella decisionale si allontana.

La vera domanda non è se Mps crescerà, ma quanto questa crescita ricadrà sul territorio.

Per Siena si aprono almeno tre mosse strategiche — che oggi, tuttavia, nessuno sembra guidare con sufficiente determinazione.

La prima riguarda il lavoro qualificato. Ogni riassetto bancario tende a concentrare funzioni ad alto valore e a ridurre quelle più tradizionali. Senza una pressione istituzionale forte, il rischio è che i centri decisionali si spostino progressivamente verso le grandi piazze finanziarie.

La seconda è culturale prima ancora che economica: smettere di pensarsi come “città della banca”. Siena possiede università, ricerca, patrimonio artistico e un capitale simbolico enorme. Le fasi di transizione sono i momenti migliori per ridefinire un modello di sviluppo meno monocentrico. Non farlo significherebbe restare esposti alle oscillazioni di un solo grande attore.

La terza riguarda il rapporto con lo Stato e con l’Europa. Se davvero Mps sta tornando al centro della finanza nazionale, Siena dovrebbe pretendere di essere parte della discussione strategica su infrastrutture, alta formazione, attrazione di imprese e residenzialità qualificata. Una banca forte in un territorio debole produce poco; una banca forte in un ecosistema dinamico genera sviluppo.

Il rischio maggiore non è il cambiamento, ma subirlo.

Per anni il destino della città è apparso intrecciato in modo quasi indissolubile a quello dell’istituto. Oggi, paradossalmente, la distanza crescente tra banca e territorio potrebbe diventare un’opportunità di maturazione. Ma le opportunità esistono solo se qualcuno ha la capacità di vederle e la credibilità per guidarle.

Ed è proprio qui che si misura la qualità della classe dirigente. Perché le grandi transizioni non chiedono mai permesso — premiano soltanto i territori che sanno interpretarle prima degli altri.

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