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MPS: l’aiuto viene solo dall’esterno

E l'ad Viola cerca di salvare la banca dalla nazionalizzazione...

di Red – foto di Corrado De Serio 

SIENA. Tra le tante cattive, una buona notizia da parte del dg/ad Viola. Pare infatti che gli arcinoti 32 miliardi di titoli di stato del Q. E. di Mussari siano scesi a 23,5: il portafoglio si alleggerisce. Le cattive sono veramente cattive notizie, visto che confermano che nelle pieghe dei bilanci di MPS s’era letto bene: come scrive Talle, mission impossible per l’AD di Rocca Salimbeni. Un caso quasi unico nella storia della letteratura finanziaria: il creditore Monte finanzia il debitore Stato con 23,5 miliardi di euro al 3-4%, facendosi prestare 3,4 mld dallo stesso debitore al tasso del 10% (e il Tandem a ringraziare, pure!). Tutto perché sempre lo Stato, con la sua adesione al cosiddetto Basilea 3 e alla European Banking Authority (Eba) ha deciso di punto in bianco che i titoli di debito prodotti generano pericolose minusvalenze. Pacco, doppio pacco e contropaccotto. C’è un tecnico alla Banca d’Italia che sappia dare una spiegazione coerente? Un docente universitario senese di economia? In più dobbiamo registrare questa ammirevole dedizione di Fabrizio Viola al salvataggio della banca dal pericolo nazionalizzazione, perché in quel caso “perderemo il pieno controllo dell’istituto”. Ma chi lo perde? La Fondazione MPS, che dal possedere una quantità abnorme di azione non ha saputo monetizzare nulla indebitandosi fin sopra i capelli? Caltagirone, Axa, Unicoop Firenze, JP Morgan, Gorgoni e i soci salentini: realtà finanziarie che ha condiviso all’unanimità tutto lo scempio che si andava facendo della banca più antica del mondo? Si meritano di possederla? E i nuovi entrati Aleotti che sembrano ripiegati nel più completo unanimismo con i vecchi che hanno messo sul piedistallo il Tandem? Non meritano nemmeno l’aggiornamento del profilo di corporate governance sul sito di borsaitaliana.it http://www.borsaitaliana.it/borsa/azioni/profilo-societa-dettaglio.html?isin=IT0001334587&lang=it, in cui si segnala come direttore generale l’ex Antonio Vigni. L’AD di Monte dei Paschi rappresenta i suoi datori di lavoro, che cercano di salvare la pelle del loro prezioso investimento dai propri stessi errori. Non importa se, a torto o ragione, dovesse costare migliaia di licenziamenti (diretti o indiretti che siano). Andando poi nello specifico della Fondazione MPS, abbiano narrato l’intreccio perverso tra gli attori senesi, il potere romano rappresentato dalla politica del PD e il potere della burocrazia finanziaria rappresentato da Banca d’Italia, Consob e Ministero dell’Economia. Senza ricevere smentita di alcun genere. Alla deputazione non è rimasto che prendere atto delle scelte fatte altrove, come è scappato detto pubblicamente a diversi suoi esponenti. Vista da questa angolazione, i 3,4 miliardi di Monti bond sono un altro tragico errore di valutazione di una situazione davvero “Impossible”: se ne prendevano 7 o 8 con questa formula di “prestito mascherato” e si ricostituiva la liquidità operativa che la semestrale ha dimostrato non esserci più da troppo tempo. Si prenda coscienza e atto definitivo che la falsa privatizzazione seguente alla nascita della Fondazione ha prodotto una generazione di improbabili amministratori autoreferenziali. Che lo Stato non abdichi al suo dovere di rimborsare i debiti: il Monte sta fallendo come un qualsiasi fornitore dell’Italia che vede slittare i termini di pagamento ad libitum, come succede a tanti fornitori della Pubblica Amministrazione.

Ma il vento, in questi due giorni, forse ha deciso di girare, almeno per la macrofinanza. A cascata le conseguenze positive dovrebbero scendere fino a Siena. Con qualche paletto, la Germania e la sua Corte Costituzionale (l’ok al fondo salva-stati) hanno dato il via libera alla Bce e al suo programma di intervento sui titoli di stato. Nella notte Bernanke, il capo della Federal Reserve, ha lanciato il suo terzo Quantitative Easing: 40 miliardi di liquidità disponibile, sperando servano a rilanciare crescita e occupazione, anche se “la politica monetaria non è la cura per tutti i problemi economici”. Ora la politica internazionale non ha più alibi contro la crisi: dopo lo scudo anti-spread del 6 settembre e i due provvedimenti appena approvati, devono solo fare in modo che gli investimenti vengano diretti alla ripresa economica e non a ingrassare le rendite della speculazione. Andrà giù lo spread? E’ quanto ci si augura, visto che solo un rapido calo del differenziale bund-BTp decennale può sostenere – se non alleggerire – il peso e la velocità di esecuzione del Piano Industriale del Tandem.

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