SIENA. Oggi parte, per chiudersi il 4 aprile, l’aumento di capitale da 8 miliardi di euro di Deutsche Bank. L’operazione annunciata lo scorso 5 marzo è la quarta per la banca che dal 2010 ha chiesto al mercato 30 miliardi di euro di ricapitalizzazione. Quando in tempi non sospetti scrivevamo come la situazione della maggiore banca tedesca non fosse così troppo diversa da quella di Monte dei Paschi di Siena e ci chiedevamo perché le autorità monetarie italiane ed europee trattassero i due istituti con evidenti pesi e misure differenti quando non ve n’era alcun motivo, abbiamo raccolto qualche alzata di scudi dovuta all’ignoranza e alla poca comprensione della diligenza del buon padre di famiglia e tanta indifferenza politica calcolata, facendo ritenere i rappresentanti locali poco lungimiranti ma tanto prostrati alla dirigenza romana dei loro partiti – entità che notoriamente hanno altri interessi da difendere che non il bene della città di Siena.
ORDINE: MASSACRARE MPS
Venerdì scorso, un ponderoso studio di Claudio Gatti su Il Sole 24 Ore, che meriterebbe la lettura pubblica penitenziale a tanti saccentoni nostrani con cilicio e gatto a nove code, ci spiega che i fatti dimostrano che le cose sono andate veramente così. Massacrando MPS ed edulcorando la posizione di DB, l’italiano cattivo e il tedesco buono. Ve ne risparmiamo la disamina tecnica che sarebbe lunga e abbastanza noiosa a chi non è addentro ai meccanismi. Gatti chiosa nelle sue conclusioni che “Comunque sia, dalla nostra inchiesta due cose emergono come certe. La prima è che il problema degli NPL non è una invenzione di Francoforte. Al contrario per anni sistema bancario italiano, Banca d’Italia e Palazzo Chigi non solo hanno ignorato il problema ma lo hanno negato. Soltanto l’intervento energico della sorveglianza europea (alla cui testa c’è una parzialissima signora tedesca di nome Sabine Lautenschlager, ndr) ha portato alla luce del sole tutta la sua gravità. La seconda è che tutti i dubbi sui titoli di livello 3 di DB balzati alla luce nel 2008 non sono mai stati veramente sciolti dalla vigilanza. Né da quella tedesca prima del novembre 2014. Né da quella europea dopo”.
TEDESCHI DURI E PURI
Dalle testimonianze e dai documenti raccolti da Gatti risulta che la Lautenschlager e la sua Ssm “hanno dato prova di severità nei confronti di MPS e d’indulgenza in quelli di DB”. A Siena fu inviato per un periodo insolitamente lungo un ispettore di nome Jan Hemmers, noto per la sua intransigenza e per la durezza dei suoi giudizi. Nei confronti della banca di Francoforte invece non esiste nemmeno un analista a disposizione della macchina bellica della BCE in grado di comprendere e valutare adeguatamente il livello di rischio dei titoli derivati nei bilanci della banca. Potenzialmente distruttivi al più alto livello immaginabile. Eppure a Francoforte il capo della task force di controllo era un italiano di nome Emanuele Gatti. Alla DB torto neanche un baffo: “cinque degli undici membri del Management Board e sette dei venti membri del Supervisory board” sono praticamente rimasti al loro posto nonostante tutto. In Italia ci sono i veri dilettanti. La conclusione? Nel 2008 DB era tecnicamente in default ed hanno continuato a fare i loro comodi tanto che nel 2015 sono stati sanzionati dall’organo di vigilanza Sec negli USA per 55 milioni di dollari.
La morale dell’articolo è questa: “A DB è stato concesso tutto il tempo per liberarsi dei titoli tossici e irrobustire il proprio risk management, mentre ai senesi sono arrivate direttive perentorie nelle condizioni e nei tempi”. Sindaci e presidenti dal bancomat facile in città neanche si sono accorti di nulla, i politici romani di lungo corso nemmeno, le autorità monetarie nazionali latitanti e perversamente intrecciate con la bassa politica.
Onestamente come si poteva salvare il Monte da cotanto inganno?