L'ad trova gli stessi valori di borsa di quando era arrivato
di Red- foto di Corrado De Serio
SIENA. Il 12 gennaio 2011 il CdA di MPS, risolto consensualmente il rapporto con il direttore generale Antonio Vigni, chiamò al suo posto Fabrizio Viola, proveniente dalla poltrona di amministratore delegato della Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Un atto importante, perché Mussari, Rabizzi, Caltagirone e C. dopo pochi mesi concludevano il loro mandato alla guida di Rocca Salimbeni, lasciando in eredità a Profumo e al nuovo consiglio Viola insieme alla perdita record catastrofica di 4,69 miliardi. Viola ebbe giusto il tempo di mettere insieme i numeri preparati dal suo predecessore, digerirli in qualche modo per definire una strategia operativa da proporre a chi si sarebbe insediato dopo l’assemblea del 27 aprile.
In questo anno Viola si è volutamente tirato fuori dai giochi di potere senese, almeno in facciata, tenendo un atteggiamento distaccato, quasi inavvicinabile. Il piano industriale è farina del suo sacco e d’altra parte proprio la distanza che ha mantenuto per lunghi tratti con tutto e tuttii gli ha permesso di operare tagli, in qualche caso radicali, con gli usi e la mentalità del passato. Mandare la gente a casa, anche se attraverso vendite, prepensionamenti e esternalizzazioni, non è assolutamente nella storia e nelle corde di “babbo Monte” e lo shock per tutti, in città e in banca, è stato innegabile. Sempre con opportuni distinguo: non ha agito col taglio del massacratore tout court, anzi ha tenuto in vita gran parte dell’apparato nominato da Mussari, riuscendo a preservare una certa continuità col passato. Ne ha guadagnato l’operatività immediata, ma se aver lasciato ampi margini di controllo della struttura al vecchio sistema che governava la banca dal 1995 sia stato un errore, è un giudizio che è ancora presto da dare. L’accelerazione violenta alla galassia Montepaschi Viola l’ha data alla fine dell’estate, dopo la presentazione di un rosso semestrale da 1,6 miliardi di euro e la promozione ad Amministratore Delegato: i segnali chiari che nulla sarebbe mai più stato come prima.
La durezza della responsabile delle Risorse Umane certo ha un po’ distolto l’attenzione da lui, che si sente più chirurgo che banchiere, comunque. Un cambiamento enorme l’ha portato nella comunicazione interna ed esterna. Scrive direttamente ai dipendenti della banca email per spiegare momenti e passaggi difficili, così come è asciutto nel comunicare con i media finanziari. Non si vedono più le manifestazioni di riverenza proprie del principe delle Calabrie ed è stato dato l’addio a felpe e vini autosponsorizzati. Un cambio di stile e, nonostante tutto, Siena gliene deve esser grata. Ma nella conduzione dell’esercizio bancario, il nostro non ha poi brillato granché. In un anno di quotazioni borsistiche non è che stiamo meglio dei valori a cui si era ridotto Vigni; certo che la congiuntura internazionale è ben più grossa delle piccole spalle del Monte e che il macigno dei BTp in portafoglio (una litania che hanno capito tutti) è troppo consistente e ha bisogno di tempo per consumarsi; ma non c’è stata un’idea, un lampo di genio creativo che abbia illuminato l’orizzonte senese. Un po’ come Monti al governo della Repubblica: una faccia più credibile dell’inquilino precedente alla Rocca, un’aria da intenditore ma grigio burocrate. Nell’ottica del rilancio dell’istituto di credito forse è stato fatto ben poco anche per giustificare 1,4 milioni di euro di stipendio annuo che rimangono una eresia.
Se poi il dottor Viola si rivelasse un altro mero esecutore di volontà altrui e il suo compito fosse quello di traghettare la banca fuori dal perimetro della città di Siena, in mani alle quali non interessa il valore patrimoniale e il suo futuro ma solo l’asset in quanto tale, si potrebbe dire che il suo lavoro lo sta facendo benissimo. Se son viole, fioriranno…
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