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Se l’Italia la scopri in Giappone…

di Silvana Biasutti

SIENA. Nella vita possono (anche) succedere cose strane, e – come ho potuto constatare – non necessariamente negative o sgradevoli. Poi magari quello che ti succede ti sembra così inverosimile e magari inatteso (ma non immeritato, data l’oggettività dei fatti), che per non suscitare l’invidia degli dei o anche solo quella dei cretini ti autopunisci facendoti venire un malanno che pare un monito: “attenta, non illuderti, dovresti saperlo di avere avuto (finora) una vita da privilegiata; no non per soldi o ricchezze straordinarie che oramai sono cosa di pochissimi – i veri ricchi, cioè quelli che non devono rincorrersi tutto il giorno per essere certi che le cose vadano per il verso giusto – ma per quel dono che ti hanno consegnato munifici dei(?) sotto forma di papà e mammà, di geni che arrivano da lontano, da fame e lotte ai quattro angoli d’Europa – quella vera, piena di guerre fratricide – quel qualcosa che ti ha reso incline e capace di capire il bello della vita e di tradurlo in ricchezza personale.”.

Ma se questo mugolante ragionamento ha un carattere personalissimo, posso assicurare che non ha alcun senso consolatorio, soprattutto perché – in questo caso – non ho niente di cui essere consolata.

Ecco dunque che apparentemente reduce dal mitico malanno provo a riappropriarmi del piccolo miracolo (o grande?!) e raccontarlo, per garantire che, anche di questi tempi apparentemente magri, succedono cose che osservate con attenzione possono offrire spunti; l’importante è non leggerle con gli occhi pallidi di chi è alla perenne ricerca di qualcosa che gli consenta di fare un po’ più di soldi a qualsiasi costo – cito le parole usate da una giovane amica per raccontarmi le inclinazioni di un conoscente comune -. Perché tutto quello che mi viene in mente (in termini di ‘fare soldi’), in questo caso è una conseguenza di uno sguardo diverso. Lo sguardo che – tanto per dire – nessun politico riesce a immaginare neppure lontanamente; lo sguardo a lungo termine che nasce dall’amore e dal gusto dell’amore: quello che se hai ‘le pezze al culo’ (magari anche disponendo di considerevoli quantità di denaro per un tenore di vita invidiabile dai tuoi simili) difficilmente potrai avere, perché quello che conta per te è il fatturato, non importa come lo fai, se apre strade nuove, se è un vettore di modernità, se è foriero di futuro…
La storia inizia con la risposta che mi è ‘dal sen fuggita’ a una precisa domanda di un serio e compassato signore giapponese, che girava l’Italia alla ricerca di un senso da dare al made in Italy, per conto del più grande gruppo giapponese che si occupa (anche) di distribuire prodotti di profilo esclusivo nei suoi punti vendita sparsi per il Giappone e che sta lanciando – a questo proposito – una serie di iniziative partite dall’Italia e destinate a estendersi nel sud d’Europa (Portogallo, Spagna, Francia, Grecia). Una ricerca che pare nata da un pensiero strategico: questa è una mia illazione, ma fa parte di riflessioni che prendono spunto anche dalle recenti politiche di quel paese, in termini di cultura e istruzione.
Sta di fatto che il signore giapponese che mi aveva fatto una domanda ben precisa – “come le è venuto in mente di mettere un vino così prezioso dentro al cioccolato?” – non è solo un marketing manager di quel settore, ma è pure un signore colto, abituato ad andare oltre le apparenze; perciò la mia risposta – che aveva un po’ sorpreso anche me, mentre gliela dicevo sorridendo (e veniva immediatamente tradotta in giapponese dalla sua formidabile vedetta in Italia), mi ha detto poi, l’aveva toccato nel profondo, sollecitando corde culturali che in quel paese nessuno si sogna di ‘rottamare’, anche se sono vecchie di più di diecimila anni.
È difficile davvero tradurre in parole la sorpresa che ho provato mesi dopo – quando ormai avevo riposto l’incontro nel recinto delle esperienze singolari che nella mia vita di persona non straordinaria non sono davvero mancate – ricevendo una telefonata dal Giappone, mentre mi trovavo in una disposizione d’animo affatto diversa, che mi invitava (“chi paga, scusa?” “pagano loro, ovviamente!”) a trascorrere, come minimo otto giorni, ma a mia scelta anche qualche giorno in più, nel loro paese, in occasione di una settimana dedicata all’Italia, e magari per qualche giorno disegnare quei paesaggi che a loro piacevano così tanto, da indurli a chiedermi di parlarne, all’inaugurazione di quell’”evento”.
E poi, quale sgranare gli occhi, ma anche altro!, nello scoprire che l’aspetto commerciale – di business – non era il vero protagonista della settimana; anche se, andando a guardare i conti di un gruppo che conta nelle sue diversificazioni trasporti, turismo, comunicazioni e non solo grande distribuzione, non c’è niente che faccia pensare alla minima distrazione rispetto al raggiungimento di obiettivi piuttosto severi. Che c’entra dunque la cultura, che c’entrano la storia di donne e uomini che hanno guardato avanti, pensato al futuro, creato musiche, fatto ricerca scientifica, scritto poesie, che c’entrano questi artisti, scienziati, musicisti; che c’entra la cultura dell’Italia con i prodotti e la loro commercializzazione?
Ecco, credo che una risposta a questa domanda difficilmente uno dei nostri “capitani” di imprenditorialità, o della politica sarebbe in grado di darla…
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