di Enzo Martinelli
SIENA. Gli anni ‘70 del secolo scorso furono per la Democrazia Cristiana una stagione molto difficile. I venti delle contestazioni sessantottine in Italia si trasformarono ben presto anche in movimenti terroristici di destra e di sinistra e molti uomini del partito del Bianco Fiore diventarono bersagli di violenza. I socialisti di Pietro Nenni, dopo i fatti di Ungheria (1956), avevano rotto con i comunisti e dato vita a Governi di centrosinistra. Ma la segreteria socialista era poi passata a Francesco De Martin,o che non vedeva di buon occhio l’alleanza con la DC . Osteggiandola rendeva sterile l’azione di governo. All’opposizione Enrico Berlinguer aveva sollevato la “questione morale” in rapporto al finanziamento illecito di tutti i partiti, che vedeva anche le tanti correnti democristiane pesantemente coinvolte in tristi vicende corruttive. Il crescente disagio all’interno degli organi statutari DC alimentava i litigi e le vendette personali che minavano l’azione politica del partito. Nelle consultazioni elettorali i consensi tendevano a diminuire in modo consistente tanto che le posizioni assunte dalla DC sui referendum su aborto e divorzio risultarono perdenti. Per il partito dello scudo crociato si manifestarono insomma in quegli anni i primi forti segnali di una crisi che risulterà però conclamata solo dopo la caduta del Muro di Berlino (1989).
Il mondo cattolico che si riconosceva prevalentemente del partito di De Gasperi era dunque attraversato da profonde inquietudini derivanti dai cambiamenti di costumi, dal mutato contesto sociale, dalle nuove rivendicazioni sindacali e, non ultimo, dalle emergenti tensioni verso nuovi equilibri politici con il partito comunista ai quali stava lavorando Aldo Moro. Una fase di transizione e un disorientamento del mondo cattolico al cui approfondimento e superamento si rese disponibile, portando un originale contributo, l’ex sindaco di Firenze Giorgio La Pira. Professore di diritto romano, già membro dell’Assemblea Costituente con Lazzati, Dossetti e Fanfani (i professorini della sinistra DC), La Pira formulò una felice proposta che esplicitò in una lettera inviata ad un amico (Mauro Barsi) nel 1973. Due erano le premesse del suggerimento lapiriano. La prima era il “dovere” dei cristiani a partecipare alla vita pubblica come effettivo contributo alla costruzione del bene comune (“ama il prossimo tuo”). La seconda premessa è quella che lui definisce un “un punto assiomatico” che così illustra: “Il Papa Paolo VI è Pietro, Pietro è al timone della barca destinata ad attraversare tutti i popoli, tutte le nazioni, tutte le civiltà e tutti i secoli e imbarcare tutte le genti. Questa barca di Pietro ha un giornale di bordo nel quale sono annotati i fatti settimanali che Paolo VI nei suoi discorsi analizza e commenta. Noi cattolici siamo tenuti a leggere questi giornali di bordo per sapere quale è la navigazione destinata a portare a tutte le Chiese e a tutte le nazioni i doni divini della grazia, dell’unità e della pace”. In base a tale criterio e prospettiva settimanalmente – scriveva la Pira – “noi qui a Firenze cerchiamo di fare questo significativo “esperimento” per riflettere sui fatti essenziali affrontati nei discorsi del Pontefice e da essi trarre gli orientamenti essenziali per l’azione politica”. Concludeva: “Penso che questa esperienza sia apostolicamente efficace e meriti di essere fatta… per radicare saldamente il nostro impegno, culturale, spirituale e politico”.
Fino a quando i presupposti indicati dal Sindaco “santo” hanno in generale ispirato e supportato, in dosi più o meno consistenti, i cattolici impegnati in politica e i loro rappresentanti nelle istituzioni a tutti i livelli, l’Italia ha beneficiato di un patrimonio prezioso per l’intera comunità. Il popolo ha tratto buoni frutti. Con la fine del ruolo esercitato nella vita nazionale dal partito della Democrazia Cristiana e con la diaspora dei suoi elettori nelle varie formazioni politiche presenti nel rinnovato agone politico, la presenza della cultura cattolica e l’apporto di quanti ad essa si richiamano, sono diventati del tutto irrilevanti. Quel patrimonio, gestito in maniera unitaria, ha tra l’altro assicurato per decenni la pace all’Italia e anche all’Europa. Quelle esperienze meriterebbero forse di essere riscoperte e rivalutate in tempi in cui soffiano pericolosi venti di guerra. In fine dei conti l’imbarcazione di Pietro è ancora in viaggio, solca gli oceani del nostro tempo e il giornale di bordo lo scrive e commenta Leone XIV.




