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La democrazia e la sottrazione

Come cambiano le libertà senza essere abolite

di Pierluigi Piccini

SIENA. Le democrazie contemporanee non mutano soltanto attraverso riforme dichiarate o conflitti aperti. Più spesso cambiano in modo graduale, per effetto di decisioni che nascono come risposte a esigenze reali — sicurezza, stabilità economica, tutela della salute — e che, proprio per questo, risultano difficilmente contestabili. È solo osservando il tempo lungo che queste decisioni rivelano una direzione comune.

Negli ultimi dieci anni anche in Italia il rapporto tra libertà individuali e poteri pubblici ha conosciuto un progressivo riassestamento. Non si è verificata alcuna rottura dell’ordine democratico, né un indebolimento formale delle garanzie costituzionali. Il cambiamento ha assunto una forma più sottile: non l’eliminazione dei diritti, ma una ridefinizione dello spazio entro cui possono essere esercitati. Una trasformazione che non altera la struttura della democrazia, ma ne modifica la misura.

Un primo passaggio significativo può essere individuato nell’evoluzione delle politiche per la sicurezza urbana nella seconda metà degli anni 2010. L’introduzione e l’estensione di strumenti amministrativi preventivi — come i provvedimenti che limitano l’accesso a specifiche aree cittadine — hanno segnato uno spostamento non marginale: l’intervento pubblico tende sempre più ad anticipare il rischio, non soltanto a sanzionare comportamenti già avvenuti. È una logica diffusa in molte democrazie avanzate e risponde a una domanda sociale di protezione. Tuttavia, anticipare l’intervento significa anche ampliare la discrezionalità dell’autorità e abbassare la soglia oltre la quale il potere pubblico entra nella sfera individuale.

Un secondo snodo riguarda le politiche migratorie. Tra il 2018 e il 2019 la restrizione delle forme di protezione umanitaria e la riorganizzazione del sistema di accoglienza hanno ridotto l’estensione di alcune tutele precedentemente riconosciute ai richiedenti asilo. Al di là delle valutazioni politiche, ciò che rileva sul piano istituzionale è il precedente che ne deriva: diritti ritenuti consolidati possono essere rimodulati attraverso scelte legislative ordinarie. Non è un’anomalia democratica; è una possibilità intrinseca al processo legislativo. Ma ogni rimodulazione contribuisce a ridefinire il perimetro dei diritti stessi.

Indicazioni analoghe emergono nella gestione del conflitto pubblico. Negli anni più recenti le azioni di gruppi ambientalisti che hanno praticato blocchi stradali o interruzioni della circolazione hanno incontrato risposte normative più severe, con l’introduzione di nuove fattispecie di reato e l’inasprimento delle sanzioni. Il diritto di protesta non è stato messo in discussione; ciò che appare mutato è la soglia di tolleranza verso forme di disobbedienza civile. Non si tratta della proibizione del dissenso, ma dell’aumento del suo costo. E nelle democrazie mature il costo rappresenta spesso uno dei più efficaci strumenti di regolazione del conflitto.

Il passaggio più evidente resta tuttavia quello legato alla pandemia. Tra il 2020 e il 2022 limitazioni generalizzate della mobilità, periodi di confinamento domiciliare e sistemi di certificazione per l’accesso a numerosi ambiti della vita sociale hanno inciso direttamente su libertà che, nella storia repubblicana, non erano mai state compresse in modo così esteso. Si è trattato di misure eccezionali, adottate in presenza di un’emergenza sanitaria senza precedenti e sostenute da un ampio consenso. Il dato che oggi merita attenzione non riguarda tanto la loro necessità, quanto l’effetto istituzionale che hanno prodotto: hanno reso socialmente e politicamente legittimo un grado molto elevato di regolazione pubblica delle condotte individuali.

Parallelamente si è consolidata una tendenza meno visibile ma strutturalmente rilevante: la centralità della legislazione d’urgenza. Governi di diversa composizione hanno fatto ricorso con frequenza al decreto-legge, mentre l’utilizzo reiterato del voto di fiducia ha contribuito a ridurre gli spazi della deliberazione parlamentare. Tutto ciò è avvenuto entro i confini della legalità costituzionale; nondimeno, il risultato complessivo è stato un rafforzamento dell’esecutivo nel processo di produzione normativa e una contrazione dei tempi della mediazione politica.

Considerati isolatamente, questi passaggi non indicano una deriva. Osservati nel loro insieme, descrivono però uno spostamento del baricentro istituzionale: da una tradizionale espansione delle libertà verso una maggiore enfasi sulla sicurezza; dalla centralità del confronto parlamentare verso procedure decisionali più rapide; da una tolleranza ampia del conflitto sociale verso una sua regolazione più stringente.

Il mutamento più profondo, ancora una volta, è culturale. Le società europee attraversano una fase prolungata di incertezza — economica, geopolitica, sanitaria — e tendono per questo a privilegiare la protezione rispetto all’autonomia. È cresciuta la disponibilità dei cittadini ad accettare limitazioni temporanee delle libertà in cambio di maggiore sicurezza. Non per imposizione, ma per consenso.

È in questo passaggio che la democrazia contemporanea mostra il suo volto più complesso: non quello di un sistema che reprime, ma di una comunità politica che ridefinisce progressivamente la misura delle libertà ritenute compatibili con la stabilità.

Sarebbe fuorviante interpretare questi processi attraverso le categorie novecentesche della rottura autoritaria. Le democrazie del XXI secolo non vengono generalmente abbattute; si trasformano attraverso aggiustamenti successivi che, nel tempo, ne modificano la fisionomia senza intaccarne le procedure fondamentali.

La questione, allora, non è stabilire se l’Italia resti una democrazia — dato che non appare in discussione — ma interrogarsi sulla direzione del cambiamento. Quanto spazio siamo disposti a trasferire dall’autonomia individuale alla decisione pubblica? Quale grado di compressione dei diritti consideriamo accettabile in nome della sicurezza? E, soprattutto, questi spostamenti sono il risultato di scelte consapevoli oppure l’esito di adattamenti ai quali finiamo per abituarci?

Le democrazie raramente perdono se stesse in un momento riconoscibile. Più spesso si trasformano per sottrazione: non eliminando le libertà, ma riducendone progressivamente l’ampiezza.

Accorgersene non significa cedere al pessimismo. Significa esercitare quella vigilanza critica senza la quale la democrazia rischia di diventare soltanto una forma, più che una pratica vissuta.

Perché nelle società aperte le libertà quasi mai scompaiono.
Arretrano di qualche passo alla volta — finché quel passo non ridefinisce il confine entro cui ci riconosciamo come cittadini.

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