Eugenio Giani (Foto di Augusto Mattioli) di Enzo Martinelli
SIENA. Eugenio Giani ha cambiato il suo profilo politico. Già socialista, libertario, democratico e riformista è diventato “unitario”. La notizia del nuovo posizionamento del presidente della Giunta all’interno del Partito Democratico è irrilevante per un toscano su due, che non si è recato alle urne convocate per eleggere il Consiglio Regionale. Difficilmente lo spostamento a sinistra del presidente convincerà i disertori delle urne a ravvedersi in futuro. Sostanziale indifferenza all’evento manifesta anche quel 35% di toscani che ha votato il candidato del centrodestra, uscito pesantemente sconfitto dalla consultazione elettorale, sempre negativa fin dal 1970 nella Toscana rossa. Curiosità si riscontra invece tra gli elettori di sinistra (del PD e degli alleati), che hanno concorso alla sua riconferma ai vertici della Regione. Chi ha memoria (anche corta) ricorda le vicende della ricandidatura di Giani, per lungo tempo ostacolata dal M5S e dagli accoliti della segretaria nazionale Schlein, tutti concordi nel chiedere “discontinuità” e quindi la testa del Presidente “scadente”. Alla fine, con tempestive e furbastre manovre, Giani ha imposto la riconferma del proprio nome. Ora gli oppositori di ieri, secondo la migliore tradizione nazionale, con soddisfazione salutano la sua nuova posizione all’interno del PD. In cuor loro però alcuni vecchi contestatori coltiveranno verso Eugenio qualche diffidenza, che non è una categoria politica e quindi vale zero.
Chi mastica amaro sono invece i suoi amici riformisti interni al partito e quelli esterni che lo hanno votato. I primi sono stati trattati come la peste nella distribuzione degli incarichi istituzionali regionali, a cominciare dal sindaco di Prato che pur avendo collezionato 23.000 preferenza è stato lasciato a piedi. I secondi, più distanti dal potere, si sono sentiti traditi dal Giani bifronte che ha operato la sua scelta politica non prima ma dopo il voto. I tempi in politica hanno valore. Eppoi l’ultimo quadrimestre del 2025 è stata una fase emblematica. Maurizio Landini ha infatti proclamato uno sciopero generale al mese. Quattro scioperi generali in 4 mesi, privi del sostegno delle altre Confederazioni sindacali, hanno un sapore politico ispirato dall’ala radicale del PD alla quale Giani, con i suoi fidelissimi, si è ora associato. L’ex premier socialista Bettino Craxi ha sempre contestato siffatta modalità di lotta politica. Lo statista milanese diceva” si ricorre allo sciopero generale, vecchio strumento del rivoluzionarismo sindacale, per ragioni estreme. Quando si sciopera si distruggono salario e produzione. Lo sciopero non è gratuito, costa”. E costa anche di più se con lo sciopero si dividono i lavoratori. Cosa ha convinto allora Giani socialista e riformista a diventare unitario? I vecchi compagni di partito dicono un “patto di potere”. Sta di fatto che per i pochi riformisti rimasti nel PD toscano, che credono nel “campo largo”, non rimane che puntare nuovamente su Matteo Renzi, che però ora appartiene… ad un’altra parrocchia e non è riuscito a riportare a Firenze neppure Stefano Scaramelli.






