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Esportazioni dalla provincia senese: segni negativi tranne che nella farmaceutica

L'osservazione di Enzo Martinelli

di Enzo Martinelli

SIENA. L’Italia è diventata il quarto Paese al mondo per il valore delle esportazioni che nei prossimi semestri dovrebbero superare il valore di 700 miliardi di euro annui. E’ un traguardo molto importante che il Governo legittimamente tende a segnalare tra i suoi successi  e che l’opposizione cerca invece di minimizzare (non si capisce per quale tornaconto). Per un Paese manifatturiero come l’Italia (siamo secondi in Europa dopo la Germania) che non ha materie prime e paga molto cara l’energia (per lo più importata) vendere i propri prodotti nel mercato globale non è facile. Gli esperti dicono che le aziende esportano perché  superano la concorrenza per la qualità dei loro prodotti e perché pagano poco il lavoro, il vero buco della nostra economia. La questione è complessa da più punti di vista. Se aumentasse la domanda interna a seguito di rivalutazione dei salari, forse le  esportazioni diminuirebbero. Sta di fatto che oggi le esportazioni creano e garantiscono posti di lavoro e quindi ricchezza,  sicurezza economica (seppur relativa) di tante famiglie italiane.

Ebbene, il tessuto produttivo della provincia di Siena che rapporto ha con il successo delle esportazioni italiane e anche con quello della Toscana?  Dai numeri forniti dalla Camera di Commercio di Siena ed Arezzo (provincia quest’ultima con valori esportati pari a 18,5 miliardi nel 2025 e 5,574 miliardi nel primo trimestre 2026),  il miliardo e trecento milioni di prodotti che la provincia del Palio ha venduto all’estero nei primi tre mesi di quest’anno appaiono poca cosa. Più della metà  del valore dei beni senesi esportati si riferisce a un solo settore, quello farmaceutico  (790 milioni), comparto che incassava un pari importo dai Paesi stranieri, già nell’anno  2024. La cifre positive del settore segnalano dunque una positiva produzione farmaceutica, ma stagnante. Tutti gli altri comparti dell’economia provinciale danno invece segnali negativi nel primo trimestre  dell’anno corrente. Ad eccezione della camperistica, attività rilevante della Val d’Elsa e secondo punto di forza delle esportazioni provinciali, che segna un -2,7%, tutti gli altri settori registrano insuccessi a due cifre. Il vino -10,8%, gli alimentari -19%, l’abbigliamento -21%, la pelletteria e calzature -25%, il legno -17%, la metallurgia -26%, le apparecchiature elettriche – 19%. 

Un tessuto produttivo debole quello senese che dovrebbe destare preoccupazione non avvertita (sembra) dall’opinione pubblica e poco segnalata dai “media”, affannati sulle vicende paliesche. Eppure la gravità della situazione locale è confermata anche dal confronto regionale. La Toscana, nonostante la profonda crisi del settore moda, è tra le Regioni del centro e del Sud d’Italia che, nello stesso periodo, hanno marcano le più alte percentuali di vendite all’estero, anche rispetto alle Regioni del Nord. Infatti il territorio toscano (con un aumento del 30,2%) ha concorso in maniera rilevante al successo registrato a livello nazionale. 

 Al declino occupazionale Siena aggiunge dunque un altro segnale  economico negativo, quello delle esportazioni. I motivi dell’insuccesso sono molteplici e vanno ricercati ancora una volta nel declino demografico che comporta meno occupazione e produzione, nella minore natalità economica: meno imprese, meno brevetti, nell’invecchiamento della popolazione che significa meno fiducia nel futuro e minor propensione all’innovazione, nelle piccole dimensioni delle aziende che fanno fatica ad essere competitive nel mercato globale. 

La politica, da parte sua, non ha fatto e non fa molto. Trasferisce e distribuisce risorse (quando ne ha) con la logica dell’assistenza e spesso della clientela. Le strutture pubbliche dovrebbero invece rendere favorevole l’ambiente nel quale le imprese e le famiglie decidono di rischiare e stimolare processi di innovazione e consolidamento dei processi produttivi. Ma quando su tutto il territorio provinciale i treni si muovono con la stessa velocità di un secolo addietro, le strade rimangono interrotte per anni, il clima politico risulta perennemente lacerato, la rivendicazione dei diritti sempre superiore all’adempimento dei doveri, è difficile  “sviluppare” l’imprenditoria e accrescere la produttività economica. Non rimane che sperare nel futuro, che però non sembra qui dietro l’angolo.

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