L'opera cinematografica di cui Sorrentino è regista e sceneggiatore, racconta gli ultimi mesi di mandato del Presidente della Repubblica Italiana Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo
Screenshot di Paola Dei
La grazia racconta gli ultimi mesi di mandato del Presidente della Repubblica italiana Mariano De Santis (Toni Servillo), giurista cattolico, uomo di potere e di fede, chiamato a pronunciarsi su due decisioni cruciali: una legge sull’eutanasia e la concessione della grazia presidenziale a due condannati per omicidio. Parallelamente, De Santis affronta una crisi interiore profonda, legata alla memoria della moglie scomparsa, al rapporto conflittuale con la figlia e a un senso di colpa mai risolto
Il potere, la misericordia e il peso dell’anima
La dimensione politica si intreccia così a quella privata, trasformando il film in una riflessione sulla responsabilità morale di chi detiene il potere e sull’impossibilità di separare la legge dall’esperienza umana.
Interpretazioni
Toni Servillo offre una prova di grande rigore e sottrazione: il suo De Santis è un uomo immobile solo in apparenza, attraversato da micro-espressioni, silenzi e sguardi che rivelano un travaglio etico incessante. La sua interpretazione, premiata con la Coppa Volpi, restituisce un personaggio tragico e profondamente umano.
Anna Ferzetti, nel ruolo della figlia Dorotea, incarna una coscienza razionale e moderna, spesso in contrasto con il padre. Il loro rapporto diventa uno dei fulcri emotivi del film, simbolo dello scontro tra generazioni, tra diritto e sentimento, tra rigore e compassione.
La direzione della fotografia è centrale nella costruzione del senso. Daria D’Antonio utilizza luci morbide e naturali, con composizioni rigorose e spesso frontali. Gli spazi istituzionali — palazzi, saloni, corridoi — appaiono monumentali e svuotati, accentuando la solitudine del protagonista.
Roma e Torino non sono semplici ambientazioni, ma paesaggi interiori: la luce scolpisce i volti e gli ambienti, traducendo visivamente lo stato psicologico di De Santis. L’immagine diventa così veicolo di introspezione, coerente con l’estetica contemplativa di Sorrentino.
La colonna sonora è composta da brani preesistenti (AA. VV.), scelti con grande attenzione alla funzione narrativa. La musica non accompagna emotivamente lo spettatore in modo didascalico, ma crea spesso uno scarto, un contrasto con le immagini, amplificando il senso di disorientamento e di frattura interiore del protagonista.
Il suono è essenziale, talvolta rarefatto, e lascia spazio a silenzi carichi di significato, che diventano parte integrante della drammaturgia.
La Psicologia dei personaggi
Al centro del film vi è il conflitto tra legge e misericordia. Mariano De Santis è un uomo che ha costruito la propria identità sulla razionalità giuridica e sulla fede, ma che si trova a fare i conti con la fragilità umana, propria e altrui.
Il tema del lutto, della memoria e del rimorso attraversa il racconto: il passato irrisolto riaffiora sotto forma di ricordi e sospetti, mettendo in crisi l’immagine pubblica del Presidente. Sorrentino indaga così il potere non come esercizio di forza, ma come luogo di solitudine e di esposizione morale.
La regia adotta uno stile riconoscibile:
piani sequenza lenti e controllati,
movimenti di macchina fluidi,
campi e controcampi meditativi,
un montaggio non invasivo, che privilegia la durata e l’attesa.
Il tempo cinematografico viene dilatato, costringendo lo spettatore a condividere l’incertezza e il peso delle decisioni del protagonista. Ricorrente è il contrasto tra spazi immensi e gesti minimi, tra solennità istituzionale e intimità emotiva.
Riflessioni critiche
La grazia è uno dei film più austeri e riflessivi di Paolo Sorrentino. Meno barocco rispetto ad altre sue opere, privilegia la compostezza formale e la profondità tematica. È un cinema che chiede attenzione, pazienza e partecipazione emotiva, rinunciando volutamente alla spettacolarità per interrogare lo spettatore su questioni etiche universali.
La grazia è un film sul perdono, sul limite della legge e sulla responsabilità individuale. Attraverso una messa in scena rigorosa e una straordinaria interpretazione di Toni Servillo, Sorrentino realizza un’opera che riflette sul potere come condizione esistenziale, prima ancora che politica.
Un film che non offre risposte semplici, ma invita a sostare nel dubbio — e proprio per questo, profondamente necessario.



