Durante il convegno di ieri al Santa Maria della Scala si è delineato il progetto sostenuto dalla coalizione Corradi
di Raffaella Zelia Ruscitto
SIENA. Una lucida follia. Pierluigi Piccini, ex sindaco di siena e capolista delle Lcs, è intervenuto con questo spirito al convegno sul “2019. La cultura matrice dell’etica”. La sua visione del Santa Maria della Scala – e più in generale dello sviluppo del “settore cultura” a Siena – ha chiuso la serie di lunghi e significativi interventi che si sono succeduti nella sala delle Balie, ieri sera (5 maggio) tutti incentrati sulla storia di Siena e sulla proiezione, o meglio sulle orme indelebili (o quasi) che questa ha lasciato sui muri, sui pavimenti… e persino nell’indole dei senesi di oggi.
Quel Santa Maria della Scala, quell’ospedale che lentamente viene recuperato per restare al centro della città con un altro ruolo, non meno importante dell’essere luogo di cura dei corpi; “Quel recupero – ha ricordato Piccini – non era solo ricostruzione, ma riappropriazione della memoria storica. Era un edificio che veniva lentamente riconsegnato ai cittadini e che, da luogo del dolore e della malattia diventava, lentamente, luogo della speranza e della identità collettiva”. C’era un grande sogno per il Santa Maria della Scala che è rimasto come sospeso ed ancora quasi si respira in tutta la sua irrisoluzione nelle sale magnifiche che si popolano durante gli appuntamenti pubblici, questo o quel convegno.
“Oggi il Santa Maria della Scala è appannaggio di gruppi ristretti di ricercatori e Siena non lo vive più come suo. Se si esclude la mostra di Duccio – ha proseguito Piccini – poco è stato fatto per rendere internazionale il Santa Maria della Scala. Anche la mostra di Sgarbi fu da me duramente contestata” ricorda l’ex sindaco che spiega la sua contrarietà: per una questione di metodo “si paga qualcosa che viene da fuori e viene dato in pasto al pubblico” e per una questione di prodotto: “Sgarbi non ha fatto altro che italianizzare una mostra che era stata fatta in Francia cinque anni prima”.
“Questo meraviglioso contenitore ha bisogno di essere completamente rilanciato – ha detto – così come andrebbe riaperto il palazzo delle Papesse”.
Un altro punto dolente, per l’ex sindaco scoraggiato dal paragone tra i suoi progetti e quello che adesso ne è rimasto. “Non si parlava solo di esposizioni. Le Papesse avevano un obiettivo di formazione per i giovani artisti. Un omaggio a Cesare Brandi grande promotore della contemporaneità. Quello spazio contribuiva a lanciare Siena oltre i suoi confini. Noi crediamo ancora, fermamente, nel sostegno all’arte contemporanea e siamo i soli dal momento che gli altri hanno dimostrato di non crederci chiudendo le Papesse”. Il capolista delle Liste civiche senesi ha sostenuto il ruolo dell’arte come un altro percorso seguito dalla cultura per “uscire” dalle mura, per smettere di “guardarsi l’ombelico” e ridare vita ad una caratteristica che pure era senese, al tempo del suo Rinascimento: la voglia di creare contatti con altre culture per arricchire la propria e renderla per questo più forte e “universale”.
Il disegno “culturale” dell'”arcigno e barbuto” ex amministratore di Siena che parla dei suoi progetti messi in cantiere e poi “gettati alle ortiche” dalle amministrazioni successive, si è arricchito con la candidatura di Siena a capitale europea della cultura 2019.
Un progetto forte, su cui puntano tutti gli schieramenti che condividono il grande ritorno di immagine – ed anche il grande spunto di sviluppo – di un progetto di questo genere.
“Occorre comporre un legame “del centro Italia” tra Toscana, Umbria, Marche, Romagna – spiega Piccini – Se abbiamo l’ambizione di essere “capitale europea della Cultura” non possiamo non essere egemoni nei confronti di altri territori limitrofi. Egemoni che non vuol dire prevaricatori ma portatori di idee innovative, che facciano da traino nell’attivazione di un circuito virtuoso”.
Questa candidatura, che tutti vogliono ma che resta aleatoria nei termini di presentazione, è stata sostenuta da tutti gli interventi – dei tecnici come dei politici – con elementi prima storici poi intellettuali e infine politici.
Dallo storico Pompeo De Angelis che ha parlato del primato di Siena in quanto “culla” del capitalismo inteso come fondamento delle banche, dei monti di pietà, per idea di San Bernardino da Siena; al teorico Antonio Polimene che ha visto in questa operazione culturale un opportuno rafforzamento al rinnovamento politico e sociale necessario per dare vigore alla città e traghettarla verso un diverso concetto della “cosa pubblica” e del “bene comune”. Un nuovo che possa prendere a piene mani da quel “Buon Governo” che Siena ha già conosciuto e che, in quel tempo, ha fatto scuola. E potrebbe farla ancora.
Per essere capitale europea della cultura occorre essere promotori, innovatori e “pensare in modo europeo” ha detto ancora Polimene. Un aspetto che non mancava ai senesi del Quattrocento. PIccini ha ricordato l’ordine degli Osservanti – che introdussero l’uso del telaio orizzontale – come esempio della sensibilità dei senesi nei confronti della tecnologia. Ed è proprio la tecnologia che dovrebbe legarsi alla cultura (al capitale culturale come definito dalle parole di Polimene, direttore di Ipazia Promos, per dare forza e concretezza alla “lucida follia” del progetto che, partendo dal Santa Maria della Scala, si estende ad abbracciare la città, producendo una visione ben più ampia, che avvicina il prossimo futuro (mai così prossimo) e avvicina la mente a concezioni di realtà ipertecnologiche fatte di microcip, di nanotecnologie e forme di comunicazione e informazione sempre più rapide e accessibili a tutti. Il Dna digitale, per esempio, una “ultima frontiera” che avrebbe il compito di riprodurre sinteticamente non l’individuo nella sua fisicità ma nella sua “cultura”, ovvero nel suo bagaglio esperenziale. Diventando mezzo di conoscenza come di cura.
Insomma, le medievali mura di Siena, i suoi affreschi, le sue facciate, bianco e il nero del Duomo e perfino i suoi vicoli e le sue ripide salite si candiderebbero a promotori della tecnologia più avanzata in una visione generale di quella “città educante” che, questa volta, non teme conquiste fiorentine e repentine, conseguenti decadenze.
La cultura – Santa Maria della scala, Papesse, ricerca, restauro – unica arma vincente nella sfida ad un imbarbarimento imperante nel mondo occidentale e non solo.
Una lucida follia… La piccola Siena “questione inter-nazionale”.
(Foto di Corrado De Serio)






