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Patti Smith: un’icona rock in Piazza

Intenso concerto della cantautrice americana

di Umberto De Santis – foto di Mirco Mugnai

SIENA. Nascosta dietro la mole della Torre del Mangia, la luna piena ha illuminato nuvole veloci che solcavano il cielo e i tetti dei palazzi del Campo. Il completamento ideale del mondo suggestivo di Patti Smith, la sua poetica in chiaroscuro di gioie e dolori e di riferimenti agli avvenimenti del mondo, con il suo muro di chitarre rock, con venature folk (anche se all’epoca si cercavano tinte punk che per noi non sono mai esistite, se non nella testa dei discografici), nello stesso stile con cui aveva esordito nel 1975. Davanti al palco, la piazza piena di gente che ha faticato (in buona parte) a capire il fenomeno che era arrivato in città. Il set iniziale, abbastanza intimista, lasciava chiacchiera facile a capannelli di gente distratta che probabilmente all’epoca di Radio Ethiopia non era neanche nata, complice anche un palco essenziale, con poche luci e senza effetti speciali, che non aveva nulla da spartire con “l’effetto discoteca”. Certo la Smith ha una poetica complessa, che le ha valso il soprannome di “sacerdotessa del rock”, ma fatalmente la gratuità dell’evento ha portato gente poco attenta e poco legata al mondo interiore dell’artista. Come sempre presente senza concedere nulla all’apparenza anche a 66 anni: giacca nera dalle maniche troppo lunghe, jeans, capelli scombinati e niente trucco. Di fronte a lei tanti telefonini per aria a cercare uno scatto qualsiasi da mettere su Facebook, o a cercare gli amici presenti nei dintorni con qualche app diabolica, e nemmeno un applauso per una dedica alle russe Pussy Riot. Poi alle 22:45 il piccolo miracolo degli hit che compattano l’attenzione del pubblico e tutta la piazza batte le mani, potenza della musica per radio: Dancing barefoot, Because the night, il medley che parte da Horses e arriva a Gloria (proprio quella dei Them di Van Morrison) con la forza dei giorni migliori. Patti Smith possiede ancora una voce potente, con quei bassi androgini che l’hanno caratterizzata fin dall’esordio e una sicurezza disarmante, che l’età e gli anni passati lontano dal palcoscenico non hanno scalfito. Una voce sicuramente più emozionante di quando cantava Wave (1979, LP dedicato a Papa Luciani e alla sua incredibile veloce parabola). La band composta da Tony Shanahan, Jay Dee Daugherty e dallo storico accompagnatore il chitarrista Lenny Kaye è compatta, con pochi fronzoli e poco spazio a violino, tastiere e fisarmonica: di compattezza estrema. Il sound, in piazza, è un poco approssimativo, ma bisogna tener conto che, causa temporale, il montaggio del palco è finito alle 18: poco male, visto che tra iPod e telefonini i giovani conoscono poco la qualità del suono, nonostante le cuffiette.

Kaye si prende un intermezzo rock con un medley di canzoni garage degli anni ’60: tirato e superbo. Finale con una tiratissima versione di People have the power, subito dopo la presentazione di “Banga” dal suo ultimo omonimo lavoro, tra l’altro nato proprio in Italia per gran parte. L’hit è semplice e ben arrangiato, con un ritornello easy che si lascia plasmare come il pongo, e la ripetitività del rock impatta il pubblico a tutta forza. Patti Smith è una grande performer, dalla gestualità ammaliante, supportata da una band dinamica e intensa, che alla fine ha conquistato anche quelli che, complice il biglietto a costo zero, sembravano esser lì solo a fare passerella. E quasi riconciliando due generazioni, gli over 50 e i giovani nati dopo il 1980, che sulla fruizione della musica hanno concetti e modalità veramente opposte.

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