Al centro della narrazione c’è il ritratto di Hermann Göring, braccio destro di Adolf Hitler, interpretato da uno straordinario Russell Crowe
Screenshot di Paola Dei
“Norimberga” è uscito nelle sale cinematografiche il 18 dicembre, diretto dal regista James Vanderbilt. Il film si immerge negli ultimi giorni dei principali gerarchi nazisti prima del celebre Processo di Norimberga, un evento storico che ha segnato un momento cruciale nella giustizia internazionale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Al centro della narrazione c’è il ritratto di Hermann Göring, braccio destro di Adolf Hitler, interpretato da uno straordinario Russell Crowe. Con la sua presenza imponente e una performance che richiama il ricordo del suo leggendario ruolo ne Il Gladiatore, Crowe porta sullo schermo un Göring tanto carismatico quanto inquietante.
Una delle dinamiche più affascinanti e inquietanti di Norimberga è il rapporto ambiguo che si instaura tra lo psichiatra Douglas Kelley e Hermann Göring. Pur essendo pienamente consapevole della pericolosità del prigioniero, Kelley resta progressivamente coinvolto in un legame che va oltre il semplice rapporto professionale. I loro dialoghi si muovono su un terreno scivoloso, oscillando tra analisi clinica e confronto intellettuale, fino a trasformarsi in una sorta di sfida psicologica. Göring, grazie alla sua intelligenza e al suo carisma, diventa per Kelley un vero e proprio “compagno di danza”, capace di guidare e allo stesso tempo destabilizzare l’interlocutore. Da questo confronto nasce una complicità disturbante, in cui il distacco scientifico lascia spazio a una seduzione mentale sempre più evidente.
Il narcisismo di Göring
Nel film, Göring è rappresentato come una figura profondamente narcisista e manipolatoria. Il suo fascino e la sua brillantezza intellettuale lo rendono un personaggio estremamente pericoloso, in grado di esercitare un forte controllo psicologico su chi gli sta di fronte. Attraverso il linguaggio e l’ironia, Göring riesce a costruire un’immagine di sé più umana e complessa, mascherando la responsabilità delle atrocità commesse. Questo tentativo di apparire ancora padrone della situazione rivela il suo bisogno ossessivo di controllo, che persiste anche nella prigionia e nelle sue ultime fasi di vita.
La riflessione sul male
L’indagine di Kelley non si limita all’analisi del singolo individuo, ma si estende a una riflessione più ampia sulla natura del male. Il film suggerisce che il male non risieda soltanto in figure apertamente mostruose, ma possa manifestarsi anche attraverso persone apparentemente “normali”, intelligenti e razionali. Questa visione richiama la teoria della banalità del male di Hannah Arendt, secondo cui il male può nascere dall’adesione passiva a un sistema, più che da una pura inclinazione sadica. Tuttavia, le conclusioni di Kelley vengono respinte dai suoi superiori, creando una frattura che lo isola sempre di più e mette in luce la sua crescente inquietudine.
La tragedia di Kelley
L’incomprensione e la solitudine conducono Kelley verso un epilogo tragico, che assume un forte valore simbolico se messo in relazione con la fine di Göring, suicidatosi prima di affrontare la condanna. Le due morti diventano così il segno di un fallimento più profondo: quello dell’incapacità di comprendere pienamente il male e di affrontarne le radici psicologiche. Il film suggerisce che questa ricerca, pur necessaria, può rivelarsi insostenibile per chi tenta di condurla fino in fondo.
Conclusione
Norimberga non è soltanto un film storico, ma una riflessione intensa e disturbante sulla natura del male e sulla psicologia del potere. Attraverso la relazione complessa e ambigua tra Kelley e Göring, il film invita lo spettatore a interrogarsi sui meccanismi della manipolazione e sulla facilità con cui l’individuo può diventare complice dell’orrore. Ne emerge un’opera provocatoria e profondamente inquietante, capace di continuare a interrogare lo spettatore anche oltre la visione.



