Lunedì 9 marzo l'appuntamento in Sala Maggiore con l’opera di due musicisti che illuminano un’epoca: sul podio il direttore Diego Ceretta, Martina Consonni è la solista al pianoforte
POGGIBONSI. Lunedì 9 marzo, alle 21 in Sala Maggiore, nuovo appuntamento con l’Orchestra Regionale della Toscana. Dopo la tournée in Spagna, Diego Ceretta e l’Orchestra della Toscana arretrano di qualche decennio e mettono a fuoco un punto sensibile della storia musicale: il primo quarto dell’Ottocento, quando il linguaggio classico si tende, si complica, cambia pelle. Il programma accosta due modi diversi – e sorprendentemente comunicanti – di abitare quella stagione: Ludwig van Beethoven, nel momento in cui il concerto per pianoforte smette di essere “brillante” e diventa terreno drammatico; e Cherubini, fiorentino trapiantato a Parigi, che proprio Beethoven guardava come a una guida ideale.
Il Concerto n. 3 in do minore op. 37 è un’opera di passaggio, carica di energia trattenuta. L’orchestra non è cornice: espone, incalza, discute. Il pianoforte entra e deve conquistarsi spazio, con una scrittura che chiede affondo, articolazione, lucidità. Il Largo apre una zona sospesa, quasi privata; il Rondò, con lo scarto finale verso il maggiore, scioglie l’ombra in una luce più mobile e teatrale. È Beethoven che sperimenta e si misura con una nuova idea di forza.
A raccogliere questa sfida è Martina Consonni, pianista di forte personalità: tecnica solida, fraseggio naturale, un suono pieno senza compiacimenti. Un’artista già di casa nelle grandi sale europee, capace di unire chiarezza strutturale e immaginazione timbrica.
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Nella seconda parte, la Sinfonia in re maggiore di Luigi Cherubini (1815), commissionata a Londra dalla Royal Philharmonic Society, mostra il volto meno atteso del compositore celebre per il teatro: un sinfonismo compatto, nervoso, lavorato con rigore contrappuntistico. Il modello haydniano è riconoscibile, ma sotto il nitore formale si avvertono inquietudini nuove: scarti armonici, densità improvvise, fiati che aprono “oasi” d’aria.
Beethoven lo stimava al punto da considerarlo, di fatto, il massimo dopo di sé. E Cherubini ricambiò con un gesto diventato simbolo: nel celebre ritratto di Ingres rifiutò la corona d’alloro che la Musa gli tendeva – «la corona a Beethoven». Un dettaglio che dice molto sulla statura morale, oltre che musicale, di questa pagina rara: l’unica sinfonia “pura” di Cherubini, riscoperta e difesa nel Novecento anche da Toscanini.
Accostare Beethoven e Cherubini non significa soltanto confrontare due stili, ma illuminare un’epoca da due lati diversi: Vienna e Parigi, il sinfonismo in trasformazione e il teatro che entra nell’orchestra.
Anche la Stagione Concertistica del Teatro Politeama fa parte del cartellone trasversale Discipline(s) finanziato dal Ministero della Cultura.






