di Paola Dei
SIENA. È arrivato al Cinema Pendola La torta del presidente, opera prima di Hasan Hadi, con Baneen Ahmad Nayyef (Lamia), Sajad Mohamad Qasem e Waheed Thabet Khreibat.
Al centro c’è Lamia, interpretata con una naturalezza disarmante da Baneen Ahmad Nayyef. La sua performance è tutta giocata per sottrazione: pochi dialoghi, sguardi carichi, un corpo costantemente in tensione. È una bambina che non può permettersi di essere bambina. La sua missione — trovare gli ingredienti per la torta del presidente — diventa un dispositivo psicologico potentissimo: ogni incontro è una prova di adattamento, ogni scelta nasce da una paura interiorizzata, ogni gesto porta con sé un compromesso.
Il regime non viene quasi mai mostrato direttamente, ma agisce come una struttura mentale collettiva, un trauma diffuso che plasma comportamenti e relazioni. Quello di Lamia non è un vero percorso di crescita, ma piuttosto una perdita silenziosa e irreversibile dell’infanzia.
La regia di Hasan Hadi sorprende per maturità e controllo. La messa in scena è essenziale, quasi spoglia, ma sempre carica di senso. Le inquadrature, spesso basse e aderenti allo sguardo della protagonista, restituiscono un mondo sproporzionato, mentre gli spazi — pur aperti — risultano costantemente opprimenti, come privi di via d’uscita. La direzione degli attori rifugge ogni spettacolarizzazione e punta con decisione sull’autenticità.
Gli interpreti adulti, tra cui Sajad Mohamad Qasem e Waheed Thabet Khreibat, si muovono in una zona ambigua: non sono mai del tutto minacciosi né rassicuranti. È proprio questa oscillazione a restituire la complessità del vivere sotto un regime.
Il film si colloca su un confine sottile tra realismo politico e struttura fiabesca — fatta di missioni, prove e oggetti simbolici. La torta stessa assume così un valore quasi magico, pur restando tragicamente concreta.
Hadi evita sistematicamente ogni effetto facile: costruisce invece un mondo credibile attraverso dettagli minimi, emozioni trattenute e uno sguardo rigoroso. Il suo è un cinema che osserva più che spiegare, suggerisce più che mostrare, lasciando spazio allo spettatore.
Fondamentale, in questo equilibrio, il lavoro di Tudor Vladimir Panduru: la fotografia, girata su pellicola, non si limita a evocare un’epoca, ma ne restituisce la materia viva — superfici, luci, imperfezioni. Lontano da un’immagine stereotipata e monocroma dell’Iraq, il film costruisce un paesaggio visivo attraversato da tonalità fredde e profonde — verdi umidi, blu densi — e da una luce naturale che modella gli spazi senza mai indulgere in compiacimenti estetici.
La torta del presidente è un esordio potente, sorretto da una regia precisa e consapevole e da un’interpretazione intensa di Baneen Ahmad Nayyef, vero cuore emotivo del film. Un racconto che, partendo da una vicenda minima, si apre a una riflessione universale sul potere e sull’infanzia negata.
Un film fragile solo in apparenza, ma in realtà estremamente rigoroso — ed è proprio questa sua misura a lasciarne un segno profondo.




