Il film di Nicolangelo Gelormini, in uscita nelle sale il 12 febbraio, racconta in chiave romanzata l'uccisione della professoressa di francese di Ivrea
di Paola Dei
Nel 2016, a Ivrea, un fatto di cronaca colpì profondamente l’opinione pubblica: l’uccisione di una professoressa, preceduta da una lunga manipolazione affettiva, da un inganno costruito con pazienza e abilità da un giovane capace di assumere identità diverse a seconda dell’interlocutore. La Gioia, diretto da Nicolangelo Gelormini, prende ispirazione da quella vicenda ma rifiuta la ricostruzione cronachistica prendendo spunto anche dall’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori. La sceneggiatura del film é di Giuliano Scarpinato e Benedetta Mori in collaborazione con Chiara Tripaldi e il regista Nicolangelo Gelormini.
Il film presentato in Concorso a Le Giornate degli Autori alla 82 Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2025, é in uscita il 12 febbraio nei cinema italiani distribuito da Vision Distribution. Il regista nel film sceglie di interrogare le dinamiche psicologiche che rendono possibile una simile tragedia, spostando lo sguardo dal fatto al meccanismo. Il titolo scelto da Gelormini esprime la ricerca universale della gioia
Il centro emotivo e morale del racconto è l’interpretazione di Valeria Golino, che costruisce una protagonista di straordinaria delicatezza. La sua è una donna composta, colta, trattenuta, che affida alla parola e alla promessa affettiva una fiducia quasi assoluta. Golino lavora sui dettagli minimi: una voce che si incrina appena, uno sguardo che si accende troppo in fretta, una postura che tradisce il bisogno di essere vista. Non c’è mai compiacimento né ricerca dell’effetto, ma una dolorosa adesione interiore al personaggio.
A questo lavoro attoriale si affianca una scelta iconografica estremamente significativa. La somiglianza tra Golino e la figura reale della professoressa di Francese di Ivrea, a cui il personaggio si ispira è accentuata da costumi severi, quasi da collegiale di primo Novecento, e da una pettinatura composta, fuori dal tempo. Questi elementi non hanno una funzione puramente estetica: costruiscono un’immagine di femminilità educata, rigida, protetta e insieme isolata. È una corazza morale che diventa, paradossalmente, il punto di maggiore vulnerabilità. La protagonista sembra abitare un tempo altro, più lento e più fiducioso, che la rende impreparata alla violenza mimetica del presente.
Di fronte a lei si muove il protagonista maschile, interpretato da Saul Nanni, costruito come una personalità narcisistica altamente funzionale. Non un mostro, non un folle, ma un individuo capace di adattarsi, di leggere l’altro come una mappa di bisogni da sfruttare tanto da ottenere dagli altri ciò che vuole. Il film mostra con chiarezza come la sua seduzione non nasca dal desiderio, ma dal controllo: l’amore è uno strumento, non un fine. Ogni relazione è una funzione.
In questo senso, La Gioia sembra evocare implicitamente una frase pronunciata durante il processo reale, riferita all’imputato: «come uomo era bello, come donna era bellissimo». Il film ne assorbe il significato profondo. L’ambiguità identitaria, la capacità di attraversare ruoli, generi e maschere diverse, diventa parte integrante del potere del personaggio. Non come espressione di libertà, ma come malleabilità narcisistica, come strategia seduttiva fondata sul continuo slittamento dell’immagine di sé.
La relazione con il suo amante uomo – interpretato con misura e inquietudine da Francesco Colella – rientra pienamente in questo schema. Non è un controcampo emotivo, ma un’alleanza funzionale, regolata dalle stesse logiche di utilità e dominio. La Gioia è molto chiaro su un punto: per questo personaggio non esistono legami autentici, ma solo rapporti strumentali.
Il film compie poi una scelta netta e coraggiosa. Evidenzia come i soldi sono presenti, ma non rappresentano il cuore della vicenda. Nella vicenda di cronaca la protagonista si offrì infatti di donare 50 mila euro al suo alunno e riavere la cifra rimanente nel tempo. Il vero punto di rottura arriva quando la protagonista comincia a intuire l’inganno. Per un narcisista, essere scoperto equivale a essere annientato. Nel film alcuni aspetti vengono omessi e romanzati ma appare evidente come la violenza nasca da questa ferita e dal bisogno di ristabilire il controllo.
La sceneggiatura procede con rigore e sottrazione. Evita sia il giudizio morale sia la spettacolarizzazione del dolore, concentrandosi sulle responsabilità psicologiche e relazionali. La regia adotta uno stile sobrio: primi piani insistiti, tempi dilatati, silenzi che parlano più dei dialoghi. Le ellissi non sono mancanze, ma scelte etiche.
Fondamentale anche il lavoro sulle musiche, composte da Tóti Guðnason, che accompagnano il film senza guidare emotivamente lo spettatore. Le partiture suggeriscono, sospendono, amplificano il vuoto interiore più che l’azione, contribuendo a un clima di inquietudine sommessa e persistente. La fotografia di Gianluca Rocco Palma e il montaggio di Chiara Vullo completano un impianto formale coerente, controllato, mai invadente.
Il cast di supporto – con Jasmine Trinca e Francesco Colella – si muove con misura, rafforzando un universo narrativo in cui nulla è sopra le righe. Tutto resta plausibile, quotidiano, proprio per questo perturbante.
La Gioia non si limita a raccontare una tragedia: mette in scena la forza distruttiva del narcisismo, la sua capacità di travestirsi da amore, di usare gli altri, di ottenere ciò che vuole a discapito degli altri. E grazie alla prova intensa e silenziosa di Valeria Golino, il film lascia nello spettatore una domanda inquieta, che non chiede risposta immediata ma attenzione, ascolto, memoria e forse anche una responsabilità collettiva: quella di continuare a nutrire dinamiche narcisistiche salvo poi stupirsi dell’aumento che ne deriva.




