Il film è in sala al Cinema Pendola
di Paola Dei
SIENA. Attualmente in programmazione al Cinema Pendola, I due procuratori (2015) di Sergei Loznitsa è un’opera rigorosa e profondamente politica che scava nel cuore della macchina repressiva staliniana.
Ambientato nel 1937, durante le Grandi Purghe, il film racconta l’incontro-scontro tra l’idealismo di un giovane procuratore e l’apparato burocratico totalitario dell’Unione Sovietica.
È l’adattamento del racconto Dva prokurora del fisico Georgij Georgevič Demidov (1908–1987), ispirato alla sua detenzione nei gulag cominciata nel 1938 e durata 14 anni; scritto nel 1969 e rimasto inedito, il manoscritto venne confiscato a Demidov dal KGB nel 1980 e restituito alla famiglia soltanto dopo la sua morte otto anni più tardi, venendo pubblicato per la prima volta nel 2009.
La lettera scritta con il sangue
In un carcere sovietico, migliaia di lettere dei prigionieri politici vengono sistematicamente bruciate prima di arrivare alle autorità. Una sola riesce a salvarsi.
È una lettera scritta con il sangue.
Questo dettaglio non è un semplice elemento narrativo: è il cuore simbolico del film. Il prigioniero, privato di tutto — diritti, voce, dignità — utilizza il proprio corpo come ultimo strumento di testimonianza. Il sangue diventa inchiostro, prova materiale della violenza subita. La lettera arriva sulla scrivania del giovane procuratore Kornev, interpretato da Aleksandr Kuznetsov che decide di indagare. Convinto di trovarsi davanti a un errore giudiziario, si reca in carcere per verificare personalmente e poi si spinge fino a Mosca per rivolgersi al potente Procuratore Generale Andrej Vyšinskij interpretato da Anatolia Belyy. Ma il suo percorso si trasforma progressivamente in un viaggio dentro un sistema chiuso, opaco, impermeabile alla verità. Lo stile di Loznitsa è coerente con la sua formazione documentaristica: macchina da presa statica, inquadrature lunghe e frontali, assenza di musica enfatica, ritmo lento e controllato.
La regia non cerca mai la spettacolarizzazione, nemmeno nella scena della lettera scritta col sangue. Non c’è compiacimento visivo. La forza sta nella sottrazione.
Gli ambienti — corridoi interminabili, uffici polverosi, stanze spoglie — sono ripresi con una fotografia desaturata, dominata da grigi e bruni. Lo spazio diventa metafora del sistema: chiuso, soffocante, labirintico. La lentezza narrativa non è un difetto ma una scelta politica. Lo spettatore è costretto a vivere l’attesa, l’inerzia, la frustrazione del protagonista. Ogni porta che si apre conduce a un altro corridoio. Ogni risposta rimanda a un livello superiore della gerarchia.
Il film costruisce un conflitto morale potente: da una parte Kornev, che crede nella legge. Dall’altra l’apparato statale, che usa la legge come strumento di repressione.
La lettera scritta col sangue diventa il simbolo di questa frattura: è verità incarnata, testimonianza fisica, ma in un sistema totalitario la verità non basta.
L’atmosfera richiama un universo quasi kafkiano: la burocrazia come labirinto senza uscita, dove l’individuo è schiacciato non solo dalla violenza esplicita, ma dall’indifferenza amministrativa. I due procuratori non è un film di intrattenimento nel senso tradizionale. È un’opera austera, cerebrale, che chiede attenzione e partecipazione attiva.
Al Cinema Pendola di Siena, il pubblico trova un film che non offre consolazione, ma una riflessione lucida su: Il rapporto tra giustizia e potere, la fragilità dell’idealismo, la responsabilità individuale dentro un sistema oppressivo
La lettera scritta con il sangue resta l’immagine più potente: un gesto disperato che attraversa la censura, la paura, il silenzio. Un segno umano contro la macchina dello Stato.
Un film severo, necessario, che lascia un senso di inquietudine — e molte domande ancora aperte.




