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Hamnet – Nel nome del figlio: il delitto come matrice dell’arte

di Paola Dei

SIENA. Uscito nelle sale italiane il 5 febbraio 2026, il film con la regia di Chloé Zhao, con interpreti  Jessie Buckley, Paul Mescal, Jacobi Jupe, Emily Watson, Joe Alwyn, il film conta ancora grandi numeri di spettatori. 

Con Hamnet – Nel nome del figlio, Chloé Zhao abbandona l’epica contemporanea di Nomadland per immergersi in un dramma intimo e storico che riflette sul lutto come matrice dell’arte. Il film, tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell, non è un biopic su William Shakespeare, ma un racconto emotivo sulla perdita del figlio Hamnet e sulla frattura irreversibile che essa produce nella famiglia. La scelta più radicale della regista è quella di spostare il centro narrativo su Agnes Shakespeare, interpretata da una straordinaria Jessie Buckley. È lei il vero fulcro del film. Buckley costruisce un personaggio attraversato da una fisicità intensa: il dolore non è mai retorico, ma corporeo, quasi animale. Agnes vive la perdita come dissoluzione dell’identità materna, come amputazione esistenziale.

Accanto a lei, Paul Mescal offre un William Shakespeare lontano dall’icona monumentale del “Bardo”. Il suo è un uomo silenzioso, incapace di comunicare pienamente il proprio trauma. Se Agnes incarna il lutto, William lo sublima. È qui che il film suggerisce il legame con Amleto: non come spiegazione didascalica della nascita dell’opera, ma come risonanza emotiva. Il passaggio da Hamnet a Hamlet diventa un gesto simbolico: trasformare la perdita privata in tragedia universale.

La cineasta costruisce un’opera contemplativa. Il tempo è dilatato, frammentato, mai lineare. La narrazione procede per immagini e stati d’animo più che per eventi. La macchina da presa indugia sui dettagli: mani, respiri, tessuti, natura. Gli esterni – boschi, campi, luce naturale – funzionano come proiezione dell’interiorità di Agnes, mentre gli interni diventano spazi di chiusura e oppressione.

La fotografia (di impronta naturalistica) predilige luci morbide e toni terrosi, creando un’estetica quasi pittorica che ricorda la pittura fiamminga. Il montaggio evita la spettacolarizzazione del dolore, preferendo pause e silenzi. Anche la colonna sonora, firmata da Max Richter, accompagna con discrezione, senza manipolare l’emozione dello spettatore. Il rischio di questa impostazione è la rarefazione: alcuni momenti possono risultare eccessivamente sospesi, quasi astratti. Ma è una scelta coerente. Zhao non vuole raccontare un fatto storico, vuole farci esperire la percezione del lutto.

In definitiva, Hamnet – Nel nome del figlio è un film che parla meno di Shakespeare e più della condizione umana: di come il dolore possa distruggere o trasformarsi in linguaggio. Non offre risposte, ma apre una riflessione, sulla memoria, sull’assenza e sull’atto creativo come forma di sopravvivenza.

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