Come custodire l’eredità di un grande maestro e costruire un luogo dedicato all’arte contemporanea
di Giulia Tacchetti
PIETRASANTA. Qual è il ruolo di un museo dedicato ad un artista che ha lasciato un segno profondo nella storia della scultura contemporanea?
Per rispondere a questa domanda abbiamo incontrato il direttore della struttura Frank Boehm nel nuovo spazio espositivo: l’ex mercato comunale (progettato da Tito Salvatori e riqualificato dallo studio OBR), inaugurato il 6 giugno 2026.
Una volta entrati, ci si trova in un open space, le cui pareti trasparenti lasciano diffondere la luce senza barriere, offrendo un colpo d’occhio di grande respiro. E’ in questo ambiente rilassante che inizia la nostra intervista.
Come si inserisce questo museo nel contesto culturale di così forte spessore come quello di Pietrasanta? Ha una identità ben distinta?
“Tutto è partito dalla donazione di 69 opere di Mitoraj da parte di Jean Paul Sabatié, presidente della Fondazione Museo Igor Mitoraj. Le opere sono piccole e grandi in marmo, bronzo, creta, resina (leggere per i teatri), mosaici, gioielli e disegni. Il museo è rappresentato a tutti i livelli istituzionali – Ministero della Cultura, Regione Toscana e Comune di Pietrasanta -, il che comporta una grande responsabilità. E’ nata così una doppia visione: da un lato la creazione di un luogo di arte e di cultura per la città, dall’altro la valorizzazione delle opere di Mitoraj. In futuro potrebbero esserci delle evoluzioni: incrementare le opere dell’artista in esposizione e nello stesso tempo programmare mostre di altri autori, capaci di dialogare con lo scultore polacco. Non penso a mostre permanenti – format che oggi i musei tendono a superare – ma all’idea di mantenere sempre un nucleo di opere di Mitoraj, anche nell’ottica di concederne o riceverne in prestito.
L’edificio non è ancora del tutto completato: il cosiddetto “piano città”, pronto per la mostra è operativo, mentre il piano sottostante – il “piano giardino”, che si apre verso il terreno posteriore – è finito a metà. Il museo si sta strutturando man mano. Ho in mente una programmazione che possa sfruttare questi spazi sia al chiuso che all’aperto, con conferenze sulla scultura, sull’arte contemporanea, e appuntamenti musicali. Tra le iniziative già programmate per i mesi di luglio e agosto figurano le performance dal titolo ”Forma around matters of sound and vision”, venerdi 7 agosto, un incontro in cui Arturo Galansino, direttore di Palazzo Strozzi, dialogherà con me.
Il museo sta costruendo la propria identità. Siamo consapevoli di rappresentare un punto di riferimento per Pietrasanta. In futuro non lavoreremo solo su Mitoraj, ma vorremmo accogliere anche altri artisti. Conosco molti autori italiani ed internazionali, che vengono a lavorare con gli artigiani locali, ma non hanno visibilità, proprio perché la loro presenza è limitata alla fase di produzione. Vorrei realizzare progetti con i migliori tra loro: questo ci consentirebbe di diventare un vero polo di arte contemporanea. Infatti noi ci proponiamo come un museo di arte contemporanea con uno standard internazionale, con un focus specifico sulla scultura, pur rimanendo aperti ad altre espressioni artistiche, per quanto la struttura senza pareti si presti meno ad alcuni linguaggi”.
Il museo punta a diffondere ancora di più l’arte di Mitoraj. C’è un aspetto non conosciuto che il museo mira a mettere in luce?
“Nascendo intorno alla figura di Mitoraj, è nostro compito analizzare a fondo la sua produzione. A dodici anni dalla sua scomparsa possono emergere nuovi punti di vista, ed inedite prospettive critiche, anche attraverso nuove mostre nel mondo. Comunque non posso dire un singolo elemento specifico, anche perché Mitoraj partiva da una precisa convinzione: “Questa è l’opera, guardate l’opera”. Per lui la scultura era la massima forma di espressione”.
Oggi i musei sono profondamente cambiati, dialogano con il pubblico. Offrono percorsi differenti in base ai visitatori. Qual è l’idea di museo che intende costruire a Pietrasanta?
“Una tempo i musei si limitavano a raccogliere e conservare le opere, attraverso collezioni permanenti. Sembrava che il museo esistesse quasi in funzione del pubblico, ma oggi non è più così. Il punto centrale è stabilire la qualità e selezionare gli artisti più validi da esporre. In primo piano c’è sempre l’opera.
In questo spazio espositivo non ci sono didascalie ad accompagnare le sculture: è un approccio che deriva dall’arte contemporanea. Manca un percorso obbligato, il visitatore è libero di muoversi ed osservare ciò che desidera, con ampio spazio per girare intorno alle opere. Degli spunti sono stati forniti dal depliant con la pianta della struttura e la numerazione delle sculture. Non vogliamo spiegare l’opera a priori, dicendo, ad esempio, “la faccia bendata vuol dire questo o quello”.
Siamo un museo di arte contemporanea nazionale, quindi il nostro obiettivo non deve essere solo il numero di visitatori, ma la qualità della proposta e la ricerca. Si inizia soltanto ora a collocare Mitoraj nella storia della scultura; curare una mostra per un artista non più in vita richiede un lavoro diverso da quello per un artista vivente. E’ un momento cruciale per quest’ultimo ed anche un momento di ricerca, perché nel mondo esistono modalità di lavoro differenti rispetto a quelle tradizionali di Pietrasanta.”
Proiettiamo questo museo tra 5 o 10 anni. Come lo vede?
“Tra cinque anni avremo completato il giardino, che considero un vero valore aggiunto: ci permetterà di esporre le opere all’esterno, anche quelle monumentali. Vorrei renderlo un luogo in divenire, capace di offrire un’esperienza completa al visitatore: è possibile una passeggiata dentro e fuori, un caffè dove sostare. Ho già in mente le mostre dei prossimi cinque anni, almeno due o tre, non limitate alla sola stagione turistica. In conclusione: mostre, ricerca sulla collezione e programmi didattici.”
In che modo le nuove tecnologie possono valorizzare l’opera di Mitoraj?
“Non mi convince presentare l’opera con le immagini. Penso piuttosto alla proiezione di un docufilm ben realizzato, che racconti da vicino l’artista, il suo modo di lavorare, i suoi incontri con gli artigiani del luogo, per capire meglio la sua vita e quindi la sua produzione. Non amo particolarmente le proiezioni immersive, che avvolgono il visitatore in una esperienza prevalentemente sensoriale”.
Se venisse qui una scolaresca delle scuole superiori (16-17 anni), quale percorso le farebbe fare?
“Poiché questi giovani devono decidere a breve che cosa faranno nella vita, il tema in primo piano per me è cosa vuol dire essere un artista, non perché devono fare l’artista per forza, ma perché per molti non è chiaro il significato. E’ una scelta legata alla volontà di rendersi completamente indipendenti, staccarsi da tutto e seguire la propria strada. E’ una sfida. I giovani devono trovare la loro espressione.
Poi passerei a chiedere cosa vedono nello spazio museale: Perché c’è un cavallo per metà uomo? Perché le facce bendate? Perché metà testa?Penso che così i ragazzi potrebbero essere spinti a parlare. Insomma l’arte come osservazione dei problemi del mondo”.
Se potesse incontrare Mitoraj per soli tre minuti, che cosa gli chiederebbe?
Frank Boehm ci pensa un po’, poi risponde: “Niente. Sono convinto che non mi darebbe alcuna risposta”.




