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Estate Chigiana: a Sant’Antimo un Bach "mitico"

di Gianni Basi

SIENA. Un “Bach forza 9”, sabato 25 luglio, nel candore romanico delle pietre e dei marmi dell’Abbazia di Sant’Antimo, tempio dei frati benedettini e dei loro famosi cori gregoriani per organo. Il terzo concerto dell’Estate Musicale Chigiana, eccezionalmente in programma alle ore 18,30 per via della canonica ritirata serale dei frati, presenterà il meglio della famiglia Bach in forma di sonata per flauto e fortepiano: ben 9 brani, spartiti fra il genio di Lipsia ed i suoi quattro figli più famosi. Dal maggiore Wilhelm Friedemann, al secondogenito Carl Philipp Emanuel, al terzogenito Johann Christoph Friederich e al minore Johann Christian. Per gli estimatori di questi superbi creatori di musica barocca c’è da leccarsi i baffi. Ma i presenti in Sant’Antimo non mancheranno di apprezzare anche il livello qualitativo delle esecuzioni, affidate al flautista Patrick Gallois ed alla fortista (come son detti i maestri di fortepiano) oltre che pianista Irina Zahharenkova.

Le sonate, che per brevità riassumiamo per autore limitandoci ai dettagli dell’accordo di base, saranno di Johann Sebastian quella in mi maggiore; di Wilhelm Friedemann quella in mi minore e quella in fa maggiore; di Johann Christian la n.2 in sol maggiore e la n.4 in la maggiore; di Carl Philipp Emanuel sia la sonata in si bemolle maggiore che la n.11 in sol maggiore; infine, le due sonate in re, l’una in maggiore e l’altra in minore, di Johann Christoph Friederich, inspiegabilmente il meno noto tra i figli di “papi” Sebastian. Di questa straordinaria famiglia, così tanto vocata alla musica, v’è da dire che ogni composizione venne originariamente scritta, a cominciare da Johann Sebastian, per organo o cembalo. Solo nei primi anni del ‘700 alcuni dei figli passarono al fortepiano (appena inventato dal valentissimo cembalista Bartolomeo Cristofori). E solo il più piccolo della nidiata, Johann Christian, ebbe l’opportunità, in vista del nuovo secolo, di saggiare i suoni e “la novità” del pianoforte. In realtà, tra fortepiano e pianoforte, non è che corra una differenza abissale. Se non che, essenzialmente, i martelletti del primo sono rivestiti in pelle, e quelli del secondo in feltro.

“Ciò produce nel fortepiano – afferma l’illustre fortista olandese Bart Van Oort – una sonorità ricca e asciutta, a mio parere più diretta ed anche più dolce di quella del piano, se non altro nel ricreare l’atmosfera originale del suono di Bach, Haydn, Mozart, Clementi e di molti altri fra i grandi”. Questo strumento, in auge sino a metà ottocento e poi riesumato ai primi del ‘900, non fu l’unico tassello musicale ad essere incredibilmente accantonato. Ben più appariscente fu infatti l’oblio incomprensibile (gelosie?, invidie?) da parte di musicisti e critici vari, di tutta l’immensa produzione bachiana. Si deve a Mendelssohn, nel 1829, se una massa di sordi volontari riacquistarono l’udito ascoltando (o riascoltando meglio alla buon’ora) la “Passione secondo Matteo” di Johann Sebastian, dandosi, da felloni, a tanti oooh! di meraviglia. Il connubio fortepiano-flauto (preferibilmente dolce nel barocco ma con qualche digressione nella novità del traverso) è di stuzzicante intensità.. Le nove sonate in successione, operate da Gallois e dalla Zahharenkova, ricreeranno tra l’altro un clima sei-settecentesco che non turberà l’austera (e stupenda) medievalità di Sant’Antimo, anzi ne farà scorgere coloriture nascoste e ne vivificherà la già eccellentissima acustica.

Primo flauto dell’Orchestra Nazionale di Francia diretta da Lorin Maazel, l’allora ventunenne Patrick Gallois è oggi uno dei pochi veri “flauti magici” al mondo. Oltre alle tournèe, da solista o direttore con le più prestigiose orchestre d’Europa, Asia e America, partecipa ai maggiori festival internazionali ed è spesso ospite sia degli amici cameristi del Quartetto Lindsay che di cotanti colleghi quali Yuri Bashmet, Natalia Gutman, Peter Schreler. E’ anche docente ai corsi estivi di perfezionamento chigiani come pure al Banff Centre for Arts in Canada, e dal 2002 è direttore musicale e artistico della “Sinfonia Finlandia”, nota formazione strumentale specializzata nelle sinfonie di Haydn. Irina Zahharenkova, avviatasi allo studio di clavicembalo e tastiere all’Accademia Musicale Estone di Tallin e perfezionatasi all’Accademia Sibelius di Helsinki, è quel che si può dire una “russa per caso”. E’ nata infatti in un luogo controverso, ma dal passato glorioso. La sua città è Kaliningrad, il piccolo avamposto russo sul baltico rimasto racchiuso in una striscia di terra dopo la fine del blocco sovietico. Prima ancora, dal ‘400 sino alla fine dell’ultimo conflitto mondiale, si chiamava Könisberg ed era una ridente cittadina prussiana tutta orchestrine, krapfen, campanili e tettucci con gli abbaini. Con Immanuel Kant, suo illustre cittadino, che vi passeggiava pensoso tra ragion pure e ragion pratiche, ma soprattutto nel… civettuolo zoccolìo delle carrozze a cavallo. Ora, aprendo una piccola parentesi non da nulla, Kaliningrad è un po’ nelle mani dei grandi della terra perchè potrebbe essere destinata a base missilistica. La Zahharenkova, e noi tutti, la vorremmo invece riscoprire base musicale e felice, così com’era. L’augurio che questo, e non altro, accada, lo dedichiamo volentieri alla bionda Irina, ricordandone ora alcune sue affermazioni. Tra le più importanti, sicuramente la vittoria nel 2005 al “Premio Jaen” in Spagna e, nel 2006, quella al concorso “Casagrande” di Terni assieme all’entusiasmante successo all’ “Internazionale Johann Sebastian Bach” di Lipsia che riportò nello stesso anno. Ed ora ascoltiamola “in casa Bach”, col suo fortepiano. Magico come il flauto di Patrick Gallois, magico come tutto è magico nel mistero di Sant’Antimo. Da innamorarsene.

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