Dal classico narrativo al contemporaneo ritmico
di Giulia Tacchetti
SIENA. Nell’ambito della Giornata Internazionale della Danza (29 aprile), istituita nel 1982 dall’International Dance Council Unesco, si è inserito il Festival di Danza Excelsior organizzato dal Balletto di Siena con la direzione artistica del maestro Marco Batti, in collaborazione con l’assessorato alla Cultura del Comune di Siena.
L’evento ha avuto inizio il 2 maggio con il Galà Excelsior, che ha portato sul palco artisti di fama internazionale, provenienti dalle più importanti compagnie europee, come la Staatsoper Berlin e l’Opéra National de Paris. La giornata del 3 maggio, a cui sono stata presente, è stata dedicata a due debutti in prima assoluta: Ballet 3 k- Beats and PointWork, coreografie di Marco Batti, Balletto di Siena ed Inferno-
La voce di Beatrice, coreografie di Gianluca Formica, Kosmus Project.
Con “Ballet 3k” Marco Batti sperimenta una strada più libera, costruita sul ritmo, velocità ed impatto visivo. Partiamo dal titolo “3k”, che vuole indicare immagini minimal di alta definizione, alto tecnicismo. Nelle intenzioni del coreografo significa privilegiare una scena minimalista, fatta di luci nette e movimenti corporei essenziali, dove la danza con tecnica classica (il balletto) si fonde con la musica techno house. Assistiamo così ad uno spettacolo incalzante, avvolgente, in cui le punte, elemento per eccellenza della tradizione classica, battono il tempo della musica contemporanea, il beat. Ecco che la musica diventa movimento, dinamismo energia. Il suono elettronico scandisce un ritmo veloce su un mix di brani remixati contemporanei, che sfida i ballerini ad una risposta fisica quasi percussiva del movimento. Fin dalle prime battute si capisce che viene rotta ogni aspettativa accademica.
Infatti, in una breve intervista telefonica Marco Batti ci ha informato che l’obiettivo principale non è quello di creare lo “strano”, ma di portare il pubblico giovane a teatro: “con la musica techno house ci possiamo divertire”. E come se ci siamo divertiti… Marco Batti fa dialogare tecnica classica e ritmo contemporaneo, spingendo l’esattezza meticolosa dell’Accademia verso territori inesplorati, più audaci e veloci. Rinnovare il linguaggio classico senza abbandonarlo , offrendo alla danza classica una nuova vitalità, è un obiettivo significativo in un mondo in continuo cambiamento come quello odierno, che ci impone nuove sfide, nuovi traguardi.
Il pubblico ha reagito con calore, pur con qualche comprensibile sorpresa di fronte ad una proposta così nuova e travolgente, lontana dai lavori più narrativi del coreografo, legati a partiture del repertorio classico. Il Balletto di Siena dimostra coesione e padronanza tecnica anche nei passaggi più rapidi e complessi. L’insieme ha funzionato e, dagli applausi del pubblico, convinto.
Molto interessante è risultato anche “Inferno-La voce di Beatrice”, coreografia e regia di Gianluca Formica, che ha mantenuto una narrazione costruita per quadri, in coerenza con il linguaggio della danza contemporanea, in questo viaggio nell’Inferno dantesco. I danzatori si muovono in uno spazio scenico essenziale, tagliato da luci ed atmosfere cupe, che evocano la sofferenza dei dannati. Ci ha colpito particolarmente un quadro, in cui predomina il colore nero ed i ballerini danzano al ritmo cupo delle percussioni ed una voce annuncia i gironi più profondi dell’Inferno. Quando tutto sembra indicare la dannazione eterna, riconoscibili Paolo e Francesca, l’individuo appare risucchiato dalla condanna collettiva, quasi a suggerire una condizione universale della dannazione, ecco che Beatrice chiude il libro della Divina Commedia, come a dire “la condanna è finita”, secondo quanto mi riferisce il coreografo. Quindi Formica non vuole indicare un Inferno ultraterreno, ma un inferno umano.
Da ricordare il progetto del direttore artistico Marco Batti con il direttore generale dell’AOUS Antonio Barretta, che all’inizio dello spettacolo ha presentato il libro “Human care: l’ecosistema per l’umanizzazione delle cure”, in cui evidenzia il valore dell’arte come strumento di inclusione e benessere, mostrando come la pratica artistica migliori la vita dei malati, ma aiuti anche quella dei medici e degli
operatori sanitari.




