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David Geringas festeggia gli 80 anni al Chigiana International Festival

Il 29 luglio per il compleanno concerto a palazzo Chigi Saracini e il 30 nella Chiesa di Sant'Agostino a San Gimignano

David Geringas e Ian Fountain

SIENA. Ci sono compleanni che si festeggiano suonando. David Geringas compie ottant’anni il 29 luglio e li festeggia esattamente quel giorno sul palco del Salone dei Concerti di Palazzo Chigi Saracini, per poi replicare la sera successiva, il 30 luglio, nella Chiesa di Sant’Agostino a San Gimignano. Due serate del Chigiana International Festival per celebrare uno dei più grandi violoncellisti di tutti i tempi e una carriera che attraversa mezzo secolo di storia della musica.

Ad affiancarlo è il pianista britannico Ian Fountain, suo partner musicale sulla scena concertistica internazionale da oltre vent’anni, vincitore dell’Arthur Rubinstein Competition di Tel Aviv nel 1989 e da allora impegnato in una brillante carriera solistica e cameristica. Insieme affronteranno alcune delle pagine più difficili e necessarie che si conoscano: l’integrale delle Sonate di Beethoven per violoncello e pianoforte, intrecciate con brani di Hans Werner Henze, il compositore del Novecento a cui è dedicata questa edizione del Festival.

UN PROGETTO IDEATO DA GERINGAS

Non si tratta di un semplice accostamento di autori. La drammaturgia delle due serate è un’idea originale dello stesso Geringas, che ha immaginato un programma monumentale come l’integrale beethoveniana non come una successione cronologica di capolavori, ma come un percorso in cui le pagine di Henze si incastonano tra le Sonate, sospendendo il discorso e aprendo prospettive nuove. Il risultato è un progetto che nessun altro avrebbe potuto concepire: solo un interprete che ha frequentato per una vita entrambi i mondi – il classicismo viennese e la musica del proprio tempo – poteva costruire un dialogo tanto naturale quanto rivelatore.

Il progetto ha, del resto, la coerenza di una vita intera. Geringas non è mai stato un interprete di superficie: la sua carriera – dai palcoscenici della Filarmonica di Berlino al Concertgebouw di Amsterdam, dalla Carnegie Hall al Musikverein di Vienna – è sempre stata guidata da una concezione del violoncello come strumento di pensiero prima ancora che di virtuosismo.

I PROGRAMMI DELLE DUE SERATE

Mercoledì 29 luglio – Siena, Palazzo Chigi Saracini Ludwig van Beethoven, Sonata n. 1 in fa maggiore op. 5 n. 1 Ludwig van Beethoven, Sonata n. 3 in la maggiore op. 69 Ludwig van Beethoven, Sonata n. 4 in do maggiore op. 102 n. 1 Ludwig van Beethoven, 7 Variazioni in mi bemolle maggiore sul tema Bei Männern, welche Liebe fühlen da Die Zauberflöte di Mozart Hans Werner Henze, Epitaph, sulla morte di Paul Dessau Hans Werner Henze, Serenata

Giovedì 30 luglio – San Gimignano, Chiesa di Sant’Agostino Ludwig van Beethoven, Sonata n. 2 in sol minore op. 5 n. 2 Ludwig van Beethoven, Sonata in fa maggiore op. 17 (originariamente per corno e pianoforte) Ludwig van Beethoven, Sonata n. 5 in re maggiore op. 102 n. 2 Ludwig van Beethoven, 12 Variazioni in fa maggiore op. 66 sul tema Ein Mädchen oder Weibchen da Die Zauberflöte di Mozart Hans Werner Henze, Serenata

UNA CARRIERA LEGGENDARIA

Nato a Vilnius nel 1946, Geringas si forma alla scuola d’arte Čiurlionis della capitale lituana e prosegue gli studi al Conservatorio di Mosca, dove dal 1963 al 1973 è allievo di Mstislav Rostropovich, che lo considererà tra i suoi discepoli prediletti. Nel 1970, a soli ventiquattro anni, conquista il Primo Premio e la medaglia d’oro al Concorso Internazionale Čajkovskij di Mosca: è la consacrazione. Nel 1975 si trasferisce in Occidente, sostenuto dalla Fondazione Herbert von Karajan, e da lì avvia una carriera internazionale che lo porterà a suonare con le maggiori orchestre del mondo – dalla Berliner Philharmoniker alla Chicago Symphony, dalla London Philharmonic alla NHK di Tokyo – sotto la guida di direttori quali Ashkenazy, Bychkov, Chung, Dutoit, Kondrashin, Rattle, Sawallisch, Tennstedt e Tilson Thomas. Rostropovich stesso, in una delle sue ultime interviste, lo indicò come uno dei pochissimi continuatori autentici della grande tradizione russo-europea dello strumento: un vero ponte tra la scuola dell’Est e quella occidentale.

La sua curiosità di interprete è proverbiale: un repertorio che va dal primo Barocco alla musica di oggi, l’attenzione costante ai compositori contemporanei – Sofia Gubaidulina, Pēteris Vasks, Erkki-Sven Tüür, Anatolijus Šenderovas, Ned Rorem gli hanno dedicato loro lavori – e persino la pratica del baryton, raro strumento legato alla musica di Haydn. La sua discografia conta oltre centoventi incisioni, premiate tra l’altro con due Echo Klassik e con il Grand Prix du Disque dell’Académie Charles Cros nel 1989 per l’integrale dei dodici concerti per violoncello di Boccherini. Nel 2006 il Presidente della Repubblica Federale di Germania gli ha conferito la Croce di Prima Classe dell’Ordine al Merito, per il suo impegno di musicista e di ambasciatore culturale nel mondo.

Accanto all’attività concertistica, l’insegnamento: dal 2000 è professore alla Hochschule für Musik Hanns Eisler di Berlino, dove ha formato generazioni di strumentisti, e dal 2005 tiene il Corso di alto perfezionamento di violoncello all’Accademia Musicale Chigiana. Vent’anni di magistero senese che fanno di questo compleanno una festa di casa: gli ottant’anni di Geringas sono anche il ventennale del suo legame con la Chigiana, dove ogni estate decine di giovani violoncellisti arrivano da tutto il mondo per lavorare con lui.

UN COFANETTO PER CELEBRARE LA CARRIERA

A coronare l’anniversario è appena uscito, per l’etichetta Hänssler Classic, un magnifico cofanetto di sei CD intitolato David Geringas – Jubilee Edition, che raccoglie preziosissime registrazioni di suoi concerti: un documento straordinario che ripercorre le tappe di una carriera irripetibile e restituisce, nella loro immediatezza, alcune delle sue interpretazioni più memorabili.

IL PERCORSO BEETHOVENIANO

Il programma attraversa l’intera produzione beethoveniana per questa formazione, dalle prime Sonate op. 5 – composte a Berlino nel 1796 per il violoncellista Jean-Louis Duport, primo strumentista della cappella di Friedrich Wilhelm II di Prussia – fino alle due Sonate op. 102, che nell’estate del 1815 segnarono l’ingresso di Beethoven in quella fase che Wilhelm von Lenz chiamò «terzo stile»: una svolta radicale in cui il linguaggio si fa più austero, la forma più libera, il discorso musicale si ritira dal gesto verso la meditazione. Il 1815 è l’anno del Congresso di Vienna, che seppelliva le idealità rivoluzionarie; e non è forse casuale che proprio allora Beethoven smettesse di parlare al mondo per cominciare a parlare a se stesso.

Le due Sonate op. 5, la n. 1 in fa maggiore e la n. 2 in sol minore, dedicate a Federico Guglielmo II di Prussia, avevano già compiuto una rivoluzione silenziosa: per la prima volta nella storia, violoncello e pianoforte si trovavano su un piano di assoluta parità, non più solista e accompagnatore ma due voci di uguale dignità.

A completare il quadro, nella serata di San Gimignano, la Sonata in fa maggiore op. 17, composta nel 1800 per il celebre cornista Giovanni Punto e pubblicata dallo stesso Beethoven con una parte alternativa per violoncello: una pagina solare e virtuosistica, che allarga l’integrale oltre le cinque Sonate canoniche e restituisce il Beethoven trentenne nel pieno della sua vena brillante.

La Sonata op. 69 in la maggiore – composta tra il 1807 e il 1808 e dedicata al barone Ignaz von Gleichenstein con il motto autografo Inter lacrymas et luctum – segna un momento di ritiro verso proporzioni più raccolte e un tono più intimo, lontano dal titanismo delle opere precedenti. Il primo tema, affidato al solo violoncello nelle corde gravi, ha una qualità meditativa che segna immediatamente il carattere dell’opera.

Le Sonate op. 102 portano questo processo alle estreme conseguenze. La Prima – che Beethoven aveva pensato di intitolare Sonata libera – stupisce già nella struttura del primo tempo: l’introduzione è in do maggiore, il tempo che segue in la minore, e l’esposizione si comprime in sole 48 battute contro le 126 della Sonata op. 5 n. 1 e le 94 dell’op. 69, raggiungendo uno stile che è «attico anziché ciceroniano». La Seconda è forse la più enigmatica delle cinque: il suo finale in forma di fuga a quattro parti proietta Beethoven verso un linguaggio che solo i quartetti dell’ultimo periodo avrebbero pienamente dispiegato. Il problema che Beethoven si pone in questi anni è introdurre nello stile classico il principio barocco della polifonia: la fuga barocca ricondotta all’essenziale principio della polifonia, il tematismo classico ricondotto all’essenziale principio della contrapposizione. Dal loro rapporto nascono le nuove forme.

Le Sonate op. 102 furono dedicate, nell’edizione viennese del 1819, alla contessa Marie von Erdödy, tra le amiche più care di Beethoven. Poco più d’un anno dopo, per oscure e drammatiche cabale familiari, la contessa fu esiliata dagli stati imperiali e lasciò Vienna per sempre. La dedica porta con sé il peso di quella storia.

HENZE, IL DIALOGO CON LA TRADIZIONE

La presenza in programma di Hans Werner Henze, nel segno del rispetto e del dialogo profondo con la tradizione, piuttosto che della rottura e della discontinuità professata dalle avanguardie, trasforma questo programma da recital in una preziosa occasione di riflessione. Henze riconosceva nel predecessore il modello di un’arte capace di farsi carico del proprio tempo storico senza rinunciare alla forma: un’estetica della tensione in cui l’architettura sonora è sempre il risultato di una lotta interiore. Le sue opere per violoncello sembrano rispondere a quella lezione con il linguaggio del Novecento maturo: stessa fedeltà all’essenziale, stesso rifiuto della decorazione fine a se stessa, stesso uso del silenzio come elemento strutturale.

La Serenata per violoncello solo del 1949 – una delle prime manifestazioni della sua voce matura, in cui la scrittura per strumento solo costruisce un discorso polifonico e armonico di straordinaria densità – chiude entrambe le serate come sigillo e meditazione finale. Nella prima serata compare anche l’Epitaph sulla morte di Paul Dessau, composto nel 1979 come omaggio al compositore e amico scomparso: una pagina breve e concentrata, in cui il violoncello porta il peso del lutto senza abbandonarsi al pianto, trasformandolo in contemplazione rarefatta.

A completare il percorso, in entrambe le serate, le beethoveniane Variazioni sul Flauto Magico di Mozart – le 7 Variazioni in mi bemolle maggiore Bei Männern, welche Liebe fühlen il 29 luglio a Siena, le 12 Variazioni in fa maggiore op. 66 Ein Mädchen oder Weibchen il 30 a San Gimignano – collocate come isole di respiro lirico nel cuore di ciascun programma, testimonianza del debito profondo di Beethoven verso Mozart e della distanza già percorsa.

LA SECONDA SERATA A SAN GIMIGNANO

Il concerto del 30 luglio porta il Festival fuori Siena, nella Chiesa di Sant’Agostino a San Gimignano: uno dei luoghi più belli e suggestivi della Toscana, dove il coro custodisce il celebre ciclo di affreschi di Benozzo Gozzoli dedicato alla vita di sant’Agostino, capolavoro del Rinascimento italiano. Ascoltare Beethoven e Henze in questo spazio, sotto quelle volte, aggiunge alla serata una dimensione che nessuna sala da concerto potrebbe offrire, e testimonia ancora una volta la vocazione del Festival chigiano ad aprirsi al territorio, portando i suoi grandi interpreti nei luoghi più straordinari della provincia senese.

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