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Che Dio perdona a tutti: Pif torna alla regia

Il film affronta i temi del perdono, della fede, dell’ipocrisia e della solidarietà, mettendo in contrasto l’ateismo pragmatico del protagonista con il fervore religioso di Flora

di Paola Dei

Che Dio perdona a tutti è un film del 2026 diretto e interpretato da Pif, tratto dal suo omonimo romanzo del 2018. La commedia costruisce una narrazione ironica e insieme riflessiva sul rapporto tra fede, identità e verità personale.

La storia segue Arturo, agente immobiliare ateo in Sicilia, che per conquistare Flora, interpretata da Giusy Buscemi, finge di essere credente e praticante. L’inganno, inizialmente leggero, innesca una serie di equivoci che culminano quando viene scoperto e il protagonista decide di “redimersi” seguendo alla lettera i precetti religiosi per tre settimane, con esiti imprevedibili e paradossali.

Accanto ai protagonisti troviamo Francesco Scianna, Carlos Hipólito e Maurizio Marchetti, che contribuiscono a costruire una dimensione corale, tipica della commedia italiana contemporanea, dove il contesto sociale diventa parte attiva della narrazione.

La regia di Pif si conferma essenziale e funzionale alla narrazione: la macchina da presa privilegia campi medi e primi piani, mantenendo una prossimità costante ai personaggi e alle loro esitazioni morali. Non vi è ricerca di virtuosismo visivo, ma una costruzione del racconto basata sulla chiarezza e sull’immediatezza comunicativa.

Il montaggio segue un ritmo lineare, tendenzialmente classico, che accompagna lo sviluppo degli equivoci senza accelerazioni particolarmente sperimentali, lasciando spazio alla recitazione e al dialogo. La fotografia restituisce una Sicilia quotidiana, non idealizzata, con una luce naturale che contribuisce a mantenere il registro tra il realistico e il favolistico.

La messa in scena privilegia ambienti riconoscibili e spazi domestici o urbani ordinari, rafforzando l’idea di una storia radicata nel presente e nella normalità del vivere contemporaneo.

Il film affronta i temi del perdono, della fede, dell’ipocrisia e della solidarietà, mettendo in contrasto l’ateismo pragmatico del protagonista con il fervore religioso di Flora. Il conflitto diventa occasione per interrogare l’identità e il rapporto tra ciò che si è e ciò che si finge di essere.

In una prospettiva più ampia, alcune correnti della psicologia contemporanea sottolineano come il perdono non sia un obbligo morale né un processo lineare: viene piuttosto inteso come una possibilità soggettiva di elaborazione emotiva legato alla costruzione di confini psicologici sani. 

In questo senso, il film utilizza la commedia come dispositivo per esplorare una domanda centrale: il perdono è sempre liberazione o può anche rappresentare una forma di permanenza dentro ciò che ci ha ferito?

Che Dio perdona a tutti non offre risposte definitive, ma costruisce uno spazio narrativo, in cui la leggerezza della commedia si intreccia con interrogativi etici ed esistenziali.

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