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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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Alla Santissima Annunziata l’incontro su J. E. Newman

Ecco il Cammino Ecumenico dei “passi solidi”

SIENA. Si è tenuto presso la chiesa della Santissima Annunziata a Siena l’incontro su J. E. Newman, Dottore della Chiesa.

Ecco il Cammino Ecumenico dei “passi solidi”. Cosa centra l’ecumenismo? Potrebbe obiettare qualcuno, Newman era nato anglicano, ma poi era passato alla Chiesa cattolica romana, presbitero, vescovo, cardinale (1879 da papa Leone XIII), beato (2010 a Birmingham da papa Benedetto XVI), santo (2019 da papa Francesco) e ora Dottore (1 novembre 2025 da papa Leone XIV). “Faro sempre più luminoso” aveva detto di lui nel 1975 papa Paolo VI. Un esemplare cammino all’interno della chiesa cattolica, perché parlare quindi di ecumenismo?
È quanto emerso durante l’incontro nella chiesa dell’Annunziata recentemente in base a quanto ci hanno detto i relatori presenti.

Quando san John Henry Newman è stato proclamato Dottore della Chiesa universale, non vi era un Arcivescovo di Canterbury in carica – ha affermato il vescovo Anthony direttore del Centro Anglicano in Roma – per cui la delegazione inglese fu guidata dal più alto prelato presente, l’Arcivescovo di York, Stephen Cottrell, primate d’Inghilterra, che ebbe a dire: «Questo semplice riconoscimento è un passo nel nostro cammino verso l’unità che Cristo vuole per la sua Chiesa. È un ulteriore segno di reciproco riconoscimento e un piccolo passo nella comprensione di ciò che ci unisce».

Gran parte del pensiero teologico di Newman si era formato quando era presbitero anglicano – incluso l’inno “Guidaci, o Luce benigna” ascoltata in apertura dell’incontro; ecco perché con il sostegno e l’incoraggiamento di altri vescovi anglicani, l’Arcivescovo di York e l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, scrissero a papa Francesco, due anni fa, per esprimere il loro sostegno alla proposta di riconoscere Newman Dottore della Chiesa, definendo tale gesto un «atto di fraternità ecumenica e di carità ecclesiale». Per la prima volta quel materiale elaborato nell’ambito di una Confessione cristiana – anche se la Chiesa anglicana – veniva riconosciuto coerente con l’insegnamento della Chiesa cattolica romana.

Mi aveva sempre colpito quel suo affermare il primato della coscienza e di Dio, che poi crescendo ritrovai in Agostino, e che il Vaticano II aveva chiamato “retta coscienza” nella Gaudium et spes.

Newman scrisse l’inno o preghiera “Conducimi tu, luce gentile” mentre si trovava sulla nave di ritorno dalla Sicilia dove era stato colpito da una grave malattia nel 1833 – poco più che trentenne. Partecipò attivamente al Movimento di Oxford che si prodigava per il dialogo con la Chiesa cattolica romana.

L’arcivescovo Pace, segretario del Dicastero per l’Unità dei cristiani, ha sottolineato il fatto che il prefetto del Dicastero per le cause dei Santi, cardinale Marcello Semeraro, durante la proclamazione in piazza san Pietro rivolgendosi al papa abbia ricordato il “supporto fraterno della Chiesa d’Inghilterra” nella richiesta del conferimento di Dottore della chiesa. Si capisce bene come questi siano passi ecumenici di non ritorno, ha detto. Un pensiero quello di Newman di grande attualità ha inoltre affermato. Pensiamo al sensus Ecclesiae ed al sensus fidelium specialmente in questo tempo di riscoperta dello stile sinodale da parte della chiesa cattolica.

Il nostro arcivescovo – nel richiamare gli elementi che caratterizzano il riconoscimento di Dottore della chiesa – ha accostato il grande Newman alla nostra grande Caterina, entrambi dottori della Chiesa. Forse non tuti sanno che nella basilica di san Domenico si conserva una pietra macchiata dal sangue dell’arcivescovo Thomas Becket assassinato nella cattedrale di Canterbury, un ulteriore legame fra la nostra diocesi e la chiesa anglicana.

L’arcivescovo – anche lui cardinale – ha inoltre ricordato il motto del cardinal Newman “Cor ad cor loquitur”, ovvero “il cuore parla al cuore”, alludendo al rapporto intimo tra Dio e l’uomo, ma anche la scritta che volle sulla sua tomba “Ex umbris et imaginibus in Veritatem”, ovvero “dalle ombre e dalle immagini alla Verità”, lui che si era lasciato condurre da quella “luce gentile”.

Renato Rossi diacono

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