{"id":9,"date":"2013-03-11T11:55:29","date_gmt":"2013-03-11T10:55:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ilcittadinoonline.it\/cronache-dal-medioevo\/2013\/03\/11\/le-donne-di-siena-storie-e-memorie-2\/"},"modified":"2013-03-11T11:55:29","modified_gmt":"2013-03-11T10:55:29","slug":"le-donne-di-siena-storie-e-memorie-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilcittadinoonline.it\/cronache-dal-medioevo\/le-donne-di-siena-storie-e-memorie-2\/","title":{"rendered":"Le donne di Siena: storie e memorie"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: justify\"><strong>di Augusto Codogno <\/strong><br \/>SIENA. L&rsquo;immagine della donna nel Medioevo non &egrave; certo positiva ed &egrave; associata sempre al<span style=\"text-decoration: underline\"><strong> peccato<\/strong><\/span>. E&rsquo; un essere debole che deve essere necessariamente sottomesso all&rsquo;uomo che detiene in assoluto il monopolio del sapere e della cultura. Questo maschilismo &egrave; trasmesso e divulgato anche dal clero, che allora, era l&rsquo;unico organo riconosciuto e deputato alla trasmissione della conoscenza e che, non esitava a definire le donne come esseri da cui bisogna diffidare. I parroci citavano brani tratti dal Vangelo (S. Paolo) per ribadire che le donne <strong>non possono comandare e nemmeno avere voce in politica <\/strong>e pubbliche assemblee. A Siena, in particolare, erano consuete le pubbliche Prediche di San Bernardino, particolarmente combattivo nel frenare il nascente &ldquo;malcostume&rdquo; delle donne. Fino al Rinascimento, la figura femminile doveva attenersi a regole di comportamento inculcate dalla tradizione, ma anche normate con leggi scritte.<\/div>\n<p style=\"margin-bottom: 0cm;text-align: justify\">Non potevano per esempio alzare la voce, dovevano piangere piano, dovevano sorridere e non ridere a bocca aperta (senza cio&egrave; far vedere i denti), dovevano camminare piano e non correre, non dovevano assolutamente imparare a leggere e a scrivere, non potevano decidere autonomamente il loro sposo, dovevano abbassare lo sguardo davanti agli uomini e non guardarli fissi negli occhi, non dovevano vestirsi troppo sfarzosamente perch&eacute;, se troppo apparivano, poco pulita era l&rsquo;anima. Erano separate dagli uomini sia a messa che nelle processioni.<\/p>\n<p style=\"margin-bottom: 0cm;text-align: justify\">Nel quattrocento molte cose sono cambiate. Siena &egrave; una citt&agrave; ricca e le donne di un certo rango cominciano la loro ascesa sociale e culturale. Il benessere portato con il commercio e con le banche si diffonde e le famiglie benestanti si moltiplicano andando ad aggiungersi a quelle nobili che gi&agrave; erano pi&ugrave; emancipate. Anche per le donne comincia l&rsquo; accesso alla cultura, dapprima con lezioni di canto e di musica e poi anche di scrittura e lettura. Come non ricordare che nel secolo precedente alle donne era impedito di farlo! Le uniche che potevano imparare quest&rsquo; arte erano le religiose perch&eacute; serviva loro per i libri di preghiera. Ricordiamoci che la stessa Santa Caterina da Siena non sapeva ne leggere, ne scrivere, e non impar&ograve; neppure, quando giovanissima prese i voti. Tutto l&rsquo;epistolario e le lettere della Patrona d&rsquo;Italia che ci sono giunte, sono state rigorosamente &ldquo;dettate&rdquo; dalla stessa.<\/p>\n<p style=\"margin-bottom: 0cm;text-align: justify\">Nel 1400 la musica cambia e viene fuori la vanit&agrave; femminile in ogni suo aspetto. Naturalmente le moltissime fonti scritte dell&rsquo; epoca ci fanno conoscere solo le donne ricche e nobili, mentre poco si sa delle contadine e delle popolane. Di quest&rsquo; ultime si trova traccia solo quando commettono reati o hanno a che fare con pene pecuniarie per aver contravvenuto alle leggi del Comune di Siena. Tra la documentazione del Podest&agrave; relativa all&rsquo;anno  1405, troviamo esempi di popolane come Monna Gemma e Monna Francesca, multate per aver venduto fegatelli vicino alle osterie, oppure come Monna Francesca di Niccol&ograve; condannata per aver venduto nel suo banco in Piazza del Campo una gallina infectam&rdquo; (infetta), o come Monna Lucia che ha buttato le immondizie di casa nella pubblica via, o ancora Monna Caterina di Michele che non ha spazzato davanti all&rsquo; uscio di casa sua, o infine come Monna Nuta di Giovannone, presa in flagrante mentre dispettosamente rompeva le tegole del suo vicino di casa, tale Bernardo di Maestro Cecco. Qualche anno pi&ugrave; tardi (1437), tale Antonio residente nel Terzo di Camollia deve pagare 20 Soldi perch&eacute; sua moglie ha buttato acqua di scarico (&ldquo;fetida&rdquo;) dal balcone di casa schizzando i passanti.<\/p>\n<p style=\"margin-bottom: 0cm;text-align: justify\">Nelle famiglie benestanti le donne hanno fatto molti passi in avanti, forse troppi per la mentalit&agrave; del tempo, tanto che anche le Istituzioni cercano di frenare e di arginare il crescente abuso del lusso e della &ldquo;civetteria&rdquo;. Il Comune di Siena regolamenta e mette norme su tutto, pene e balselli, ma come vedremo, non riuscir&agrave; a fermare la vanit&agrave; delle donne.<\/p>\n<p style=\"margin-bottom: 0cm;text-align: justify\">Ad esempio una legge del 1471 vieta alle fanciulle non maritate di indossare &ldquo;drappo o velluto di qualunque ragione tranne che in maniche o in capo&rdquo;. E&rsquo; tuttavia consentito un &ldquo;frontale&rdquo;, che pu&ograve; essere anche impreziosito purch&egrave; il suo valore &ldquo;non superi i quaranta soldi&rdquo;. L&rsquo;educazione delle fanciulle era contemplata anche in trattati e compendi molto diffusi al tempo dove si cercava di indirizzare i genitori  ad un modus educandi di buoni costumi: &ldquo;Le figliuole femmine l&rsquo;alevino con grandissimo timore di Dio, fatile confessare l&rsquo;anno pi&ugrave; volte&hellip; Avezile a dire il D&igrave;, l&rsquo;Ufficio a Nostra Donna, s&rsquo;elle sanno legere, guardile di non lasciarle conversare con fanciulle vane, che non sieno piene d&rsquo;onest&agrave; e il simile le guardino dal non conversare con maschi, n&eacute; co&rsquo; propri frategli, com&rsquo;elli passino l&rsquo;et&agrave; d&rsquo;anni sette. La madre che &agrave; fanciulle nolle lasci mai partire da s&eacute;, mentre sono in casa, ch&rsquo;elle non sono andate a marito: e non le lasci andare e stare, n&eacute; di d&igrave;, n&eacute; di notte, fuori della casa sua&rdquo;.<\/p>\n<p style=\"margin-bottom: 0cm;text-align: justify\">Ma anche il Matrimonio era normato da moltissime regole, fin dalla fase del Fidanzamento (detto &ldquo;giura&rdquo;), ed anche il pranzo di nozze, dove si doveva denunciare pure il numero delle portate (che non poteva eccedere le quattro) ed i totale dei convitati che non potevano superare i venticinque per entrambe le famiglie, o  il corteo nuziale dove non si potevano superare i sedici cavalli, o gli anelli regalati che non dovevano essere pi&ugrave; di tre, compreso quello dello sposo.<\/p>\n<p style=\"margin-bottom: 0cm;text-align: justify\">Nonostante tutto, le donne cominciano ad esser libere di acconciarsi, di truccarsi, di farsi belle a loro piacimento. Siena, grazie anche all&rsquo; enorme inventario di ogni tipo di stoffe portate dai mercanti provenienti da ogni parte del mondo (dai Salimbeni anche dall&rsquo;Oriente)  diventa una delle &ldquo;Capitali della Moda&rdquo;. La moda, a quei tempi denominata &ldquo;usanza&rdquo;, port&ograve; ben presto in citt&agrave; un buon numero di Maestri Sartori e Sartrici. Molto imortante erano anche le acconciature dei capelli. La donna era pi&ugrave; bella con il &ldquo;capo grande&rdquo;, almeno cos&igrave; si riteneva ai tempi e quindi, per aumentare il volume della testa  si diffuse molto in fretta l&rsquo; uso delle parrucche allora dette &ldquo;<strong>capelli morti<\/strong>&rdquo;. Il colore pi&ugrave; in voga era il biondo e le varie pettinature avevano nomi oggi improponibili: &ldquo; <strong>a trippa, a frittella, a tagliere, a frappoli, a civetta, a balla, a merli, chi l&rsquo;avviluppa in su, chi l&rsquo;avviluppa in gi&ugrave;<\/strong>&rdquo;.<\/p>\n<p style=\"margin-bottom: 0cm;text-align: justify\">I vestiti erano bellissimi e preziosi, con stoffe denominate: &ldquo;velluto piano, velluto figurato, damaschino, broccato, sciamito, baldacchino, ciambellotto&rdquo; o sete dai nomi strani tipo &ldquo;Gro, Zetani, Zendalo, Rosado&rdquo; di tutti i colori, scarlatto, cremisi, verde, azzurro, nero e molto ricercato il bianco. Divenne consuetudine mostrare il collo con vistose scollature, che per il Comune per&ograve; non dovevano superare un giro superiore ad un &ldquo;braccio e tre quarri&rdquo; e venne introdotta ai vestiti la cosiddetta &ldquo;coda&rdquo; o strascico. Questo strascico non doveva per&ograve; essere pi&ugrave; lungo di 90 centimetri ed era vietato per motivi di igiene da met&agrave; Giugno a met&agrave; Settembre. Divenne di moda anche il tacco, ma non come lo intendiamo oggi, ma un prolungamento della scarpa stessa detto pianella che era di media 3 centimetri, ma poteva essere anche pi&ugrave; alto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Augusto Codogno SIENA. L&rsquo;immagine della donna nel Medioevo non &egrave; certo positiva ed &egrave; associata sempre al peccato. E&rsquo; un essere debole che deve essere necessariamente sottomesso all&rsquo;uomo che detiene in assoluto il monopolio del sapere e della cultura. 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