La retribuzione mensile non garantisce il diritto sancito dall’articolo 36 della Costituzione
SIENA. Da Siena Pirata riceviamo e pubblichiamo.
“Un articolo di qualche giorno fa da parte di un quotidiano Toscano ha evidenziato come, ad oggi, per vivere a Firenze sia necessario uno stipendio di almeno 2200€ mensili. Cifra necessaria per pagare un affitto/mutuo per una abitazione decorosa, i costi degli spostamenti, costo del cibo, bollette delle utenze, tasse…
Firenze, a differenza di Siena, non è nel podio nazionale delle città dove il costo delle vita è più elevato.
Viene spontaneo, quindi, chiedersi quale sarebbe lo stipendio minimo per vivere a Siena, considerando che l’inflazione nella nostra città è stata superiore alla media nazionale.
Ipotizzando comunque che anche per Siena siano sufficienti 2200€, ci chiediamo quanti siano i lavoratori che a Siena percepiscono, o superano, tale cifra. Di certo, soprattutto nel comparto pubblico, ben pochi possono vantare stipendi di tale livello: la maggioranza dei dipendenti pubblici oscilla tra i 1300 e i 1700€ mensili, con gli aumenti dei rinnovi contrattuali ridicoli davanti all’inflazione reale del Paese. Anche nel privato, per quanto ne sappiamo, non sono molte le realtà capaci di offrire ai suoi dipendenti stipendi così generosi, complice anche una tassazione sul lavoro decisamente pesante. Paradossalmente, secondo quanto molte statistiche sembrano confermare, a Siena molte pensioni sono superiori agli stipendi.
Non è difficile quindi collegare l’attuale crisi della città, con negozi che chiudono e una generale contrazione dei consumi, ad un forte indebolimento del potere di acquisto dei cittadini, in particolare dei lavoratori. Con sempre meno risorse economiche disponibili, tra aumento dei costi dei carburanti, dei generi alimentari e delle bollette per le utenze, resta ben poco per concedersi qualche sfizio.
Anche Siena, quindi, pare scivolare verso una diffusa condizione di “working poors”, di lavoratori poveri, dove la retribuzione mensile non garantisce il diritto costituzionalmente sancito all’art. 36 di “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Il tutto, purtroppo, nel silenzio delle istituzioni”.



