"Crediamo sia arrivato il momento di fare un bagno nella realtà"
SIENA. Da Siena Pirata riceviamo e pubblichiamo.
“Abbiamo letto con attenzione i dati presentati dalla Confesercenti di Siena e riportati dalla stampa locale in merito ai 63 milioni di euro che, negli ultimi sei anni, sarebbero stati “sottratti” al circuito economico senese a causa degli acquisti online e della chiusura dei negozi di vicinato.
Di fronte a queste cifre e all’allarme lanciato sulle saracinesche che chiudono, sentiamo il dovere morale di fare un passo avanti e confessare: tra i colpevoli ci siamo anche noi.
Siamo tra quei senesi che fanno ordini online e che, quando ha bisogno di acquistare determinati beni, spesso deve salire in auto e guidare verso centri commerciali e contesti urbani fuori dal nostro Comune, se non proprio fuori dalla nostra Provincia.
Tuttavia, prima di essere iscritti sul “registro nero”, vorremmo spiegare perché noi — e tantissimi altri cittadini, famiglie e giovani senesi — abbiamo preso questa strada. Non lo facciamo per dispetto verso la nostra città, né per mancanza di affetto verso Siena. Lo facciamo per semplice necessità e senso di realtà.
Abbiamo l’impressione che, per decenni, il tessuto commerciale di Siena ha vissuto al riparo di un sistema economico autoreferenziale, godendo di una rendita di posizione che sembrava inesauribile. In quel contesto, la concorrenza non era percepita come una risorsa, ma come una minaccia da cui proteggersi. Il risultato è che il mondo commerciale esterno si è evoluto rapido, dinamico e globale, mentre quello senese è rimasto sostanzialmente fermo agli anni ’80.
Oggi che quel sistema protettivo è venuto meno, la realtà si presenta in tutta la sua concretezza:
- Un’offerta limitata e frammentata: Siena offre una rete di negozi fisici composta quasi esclusivamente da metrature ridotte e selezioni di prodotti limitate. Trovare articoli specifici o semplicemente un’ampia scelta è diventata un’impresa che spesso richiede tempo che le famiglie non hanno.
- L’assenza di concorrenza e dei grandi brand: Il nostro capoluogo soffre di uno storico deficit di competitività. Marchi e catene nazionali e internazionali — presenti ormai regolarmente non solo nei capoluoghi vicini, ma persino in diversi comuni del nostro circondario — a Siena semplicemente non ci sono. Questo impoverisce la capacità di attrazione della città e riduce le opzioni per i residenti.
- La monocultura del turismo: a peggiorare il quadro è intervenuta negli anni la trasformazione del nostro centro storico verso un modello commerciale orientato quasi esclusivamente al turismo di massa e al “mordi e fuggi”. Molte botteghe storiche o negozi di beni utili ai residenti hanno ceduto il passo ad attività in franchising, di ristorazione veloce e vendita di souvenir seriali. I residenti si sono trovati così progressivamente “sfrattati” dalla propria città, con una qualità dell’offerta diffusa che è andata incontro a un impoverimento generale.
- Il progressivo impoverimento delle famiglie: il problema locale si inserisce ovviamente in un contesto nazionale in cui l’aumento dei costi incomprimibili (energia, bollette, casa…) è aumentato moltissimo, mentre le retribuzioni sono al palo da almeno 30 anni. Questo chiaramente costringe le famiglie a fare i conti, oggi più di ieri, con il fattore prezzo, per il quale Siena – città tra le più care d’Italia- non brilla in competitività.
Di fronte a questo scenario, l’acquisto online o il viaggio di qualche chilometro verso realtà commerciali più fornite e competitive non sono una scelta di comodo, ma l’unica alternativa ragionevole per chi deve far quadrare il bilancio familiare ed è in cerca di varietà, servizi e orari flessibili.
Invece di colpevolizzare i consumatori o invocare scudi e sussidi per proteggere un modello che non c’è più, crediamo sia arrivato il momento di fare un bagno nella realtà.
Se vogliamo davvero salvare e rigenerare il commercio a Siena, non serve frenare la modernità: serve spalancare le porte alla concorrenza, attrarre nuovi investimenti, incentivare l’ammodernamento dei format negoziabili e ripensare una città che torni a essere a misura di chi ci vive, e non solo di chi ci passa per poche ore.
Finché non si farà questo salto di qualità, noi cittadini continueremo ad essere “colpevoli”. Ma la responsabilità di questo declino, forse, sta altrove”.




