Dei: "Nelle scuole come nei contesti culturali e professionali, il meccanismo è spesso identico: chi non rientra nei modelli dominanti diventa bersaglio"
di Paola Dei
SIENA. Negli ultimi giorni, in diverse città italiane, sono tornati sotto i riflettori episodi che meritano una riflessione più ampia sul bullismo e sulla violenza, episodi che mostrano come questi fenomeni possano strutturarsi in veri e propri sistemi, con dinamiche culturali profonde e diffuse, che meritano una riflessione più ampia, segnati da gesti e messaggi di intimidazione, umiliazione e violenza simbolica fino a quella fisica. Colpiscono ragazze, donne, ma anche studenti e persone percepite come più esposte o sole, spesso perché più consapevoli e sensibili. Ogni volta la reazione pubblica è immediata e doverosa. Ma fermarsi al singolo fatto rischia di non cogliere il quadro più ampio.
Bullismo e violenza di genere condividono una matrice culturale: l’esercizio del potere attraverso la paura, la svalorizzazione dell’altro e la costruzione del consenso sociale verso chi è più esposto. Cambiano le forme, ma la logica resta la stessa.
Esiste una violenza meno visibile, strutturale e quotidiana, che attraversa la società italiana e colpisce in particolare persone autonome, colte e non allineate. Nelle scuole come nei contesti culturali e professionali, il meccanismo è spesso identico: chi non rientra nei modelli dominanti diventa bersaglio.
Questa violenza non si manifesta solo con insulti o minacce dirette. Assume forme più sofisticate e difficili da nominare: svalorizzazione pubblica, umiliazione sistematica, isolamento, manipolazione delle parole, attribuzione di frasi mai pronunciate, messa in discussione costante della competenza anziché del contenuto.
In questo clima, il pettegolezzo ben costruito finisce spesso per avere più peso dell’educazione, della bontà dei ragazzi e delle ragazze o persino di lauree, anni di studio ed esperienze documentate. Il sapere diventa secondario rispetto alla capacità di orientare il racconto a proprio vantaggio. La notorietà viene decisa non dai fatti, ma dalle voci. Come racconta il film Big Eyes, sulla vita della pittrice Margaret Keane, a volte la vera competenza resta invisibile, mentre chi manipola parole e voci appare in primo piano.
Talvolta si giustifica il male come atto benevolo. È una dinamica pericolosa: legittima la violenza e trasforma la diffamazione informale in strumento di selezione. È una violenza che non lascia segni immediati, ma può produrre effetti profondi e duraturi, oltre che sulle persone, sul piano sociale e questo non è mai un segno di civiltà. Spesso viene normalizzata come “carattere difficile” o ricondotta a tratti individuali. Raramente viene riconosciuta e definita per ciò che è: bullismo adulto e sistemico.
In Italia si parla molto di contrasto al bullismo e di lotta alla violenza contro le donne. Ma tra dichiarazioni pubbliche e pratiche reali resta una distanza evidente. Nei contesti che si definiscono civili e progressisti, un pensiero originale continua a essere punito. Chi non si conforma viene etichettato come problematico; la donna competente come ingombrante; chi è solo può risultare sacrificabile.
La cultura e l’educazione, che dovrebbero essere spazi di libertà e crescita, diventano così luoghi di selezione ed esclusione. Non sulla base del merito, ma di altri meccanismi che nulla hanno a che vedere con la cultura. Non sulla qualità delle idee, ma sulla capacità di non disturbare assetti consolidati, anche se erronei, e di non intaccare un vizio capitale oggi purtroppo diffuso, come l’invidia, spesso di natura narcisistica vissuta come legittima.
Quando emergono episodi gravi nelle scuole o nella società, l’attenzione si concentra sull’indignazione immediata. Più rara è una riflessione sul clima culturale che rende certi comportamenti possibili. Bullismo e violenza, infatti, non nascono dal nulla: prendono forma in contesti in cui l’abuso simbolico è tollerato, l’umiliazione viene minimizzata e il linguaggio e le consuetudini sfuggono al confronto.
Contrastare davvero bullismo e violenza significa andare oltre le dichiarazioni di rito. Vuol dire tutelare la libertà di espressione senza piegarla a logiche strumentali; proteggere chi studia, lavora e produce cultura senza pretendere nulla; riconoscere che la cultura non è sinonimo di potere, né il potere misura la cultura e che un uso distorto del linguaggio, se non vigilato, può diventare tossico, così come l’umiliazione di chi è educato non produce mai benessere.
E smettere di colpire chi è più esposto proprio perché privo di tutele.
Una società matura non si limita a condannare i singoli episodi: ha il coraggio di interrogare i propri meccanismi interni, come fanno — giustamente — molte personalità autorevoli.
Bullismo e violenza non sono episodi isolati, ma sistemi.
E i sistemi si trasformano solo quando si smette di normalizzarli.



