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Piccini: “Intesa vincerà l’assemblea del Monte ma a perdere è già Siena”

Luigi Lovaglio (foto di Augusto Mattioli)

di Pierluigi Piccini

SIENA. Allo stato delle cose, la partita la vince Intesa Sanpaolo. Non per la generosità dell’offerta, ma perché ha dalla sua i soci che contano. Con l’adesione di Delfin e il no di Caltagirone al piano Lovaglio, l’assemblea del 29 ottobre difficilmente approverà le offerte su Banco BPM e Banca Generali, l’unica vera arma difensiva del Monte. Bocciato quel progetto, l’OPAS resterebbe l’unica strada sul tavolo. Intesa lo sa, e per questo ha legato la propria offerta alla bocciatura del piano senese: ha trasformato il voto in un referendum su se stessa.

Vincere l’assemblea, però, non significa chiudere l’operazione. Restano le autorizzazioni, a partire dall’Antitrust. E resta il prezzo, il punto più fragile. L’offerta è fatta soprattutto di carta, 1,6 azioni Intesa per ogni azione MPS, e il suo valore segue il titolo dell’offerente, che da fine settembre ha perso circa il dieci per cento. Ai primi di ottobre l’offerta era scesa sotto la quotazione del Monte; il rilancio di 25 centesimi l’ha riportata appena sopra. Messina aveva escluso di rilanciare e poi l’ha fatto: i tempi li ha dettati il mercato.

Poi ci sono le adesioni. Chi boccerà il piano Lovaglio non sarà obbligato a consegnare le azioni. Se la carta Intesa continuerà a scendere, i soci potrebbero trovarsi davanti a un corrispettivo inferiore a quello per cui hanno votato. Lo scenario in cui Intesa perde non è quello di un Monte che resiste, ma quello di un’offerta che si svaluta da sola e impone un secondo rilancio, più caro del primo.

È qui che va letta la nota del cda di MPS. Il premio, osserva, resta sotto la media delle offerte comparabili, circa il trenta per cento, il parametro indicato dalla stessa Intesa a luglio. E i soci sono chiamati a decidere prima del Documento di Offerta e prima che il consiglio possa dare la sua valutazione formale. Chi vota per primo, vota al buio.

Ma la forma di questa difesa dice di più. Se l’argomento centrale è che il premio è basso, la discussione si è già spostata dal se al quanto. La nota è un negoziato travestito da difesa dell’autonomia. E del resto il piano alternativo non restituiva a Siena un centro decisionale: prometteva un Monte più grande con il baricentro comunque altrove.

Per questo chi perde è già chiaro. Perde la possibilità che la testa della banca stia a Siena, consumata in quindici anni di errori, salvataggi e aumenti di capitale. Anche lo scenario più favorevole al Monte si traduce solo in un prezzo di vendita più alto. Alla città resteranno le promesse di Intesa per Siena e la Toscana: andranno pretese e verificate una per una, perché sono l’ultima leva di chi non siede più al tavolo dove si decide.

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