"Per secoli Siena non ha dovuto difendere il proprio"
di Pierluigi Piccini
SIENA. Nessuno sceglie il proprio nome. Ce lo mettono addosso quando ancora non siamo nessuno, e per anni non lo guardiamo: lo portiamo come si porta la pelle. Risponde per noi prima che lo sappiamo scrivere. È la prima cosa che abbiamo e l’ultima che resta scritta quando non ci siamo più.
Di un nome ci si accorge solo quando si rischia di perderlo, o quando qualcuno vuole prenderlo. Allora lo si difende, e difendendolo lo si guarda per la prima volta, come si guarda una persona cara soltanto quando sta per partire. Difendere un nome è già un piccolo lutto: vuol dire che ha smesso di essere ovvio.
Una città ha un nome come una persona. Per secoli Siena non ha dovuto difendere il proprio: stava sulle porte, nelle pietre, sotto gli archi, e nessuno lo notava, perché era l’aria che si respira. Adesso lo si pronuncia a voce alta, nelle riunioni, nei comunicati — che resti senese — e quel doversi dire forte è il segno. Le cose ovvie non si gridano. Si grida ciò che si teme di non avere più.
Un nome, del resto, non si compra. Si riceve, si porta, si consegna a chi viene dopo. È fatto della stessa materia degli affetti, che non hanno prezzo perché non sono nostri: ci sono soltanto affidati. Il giorno in cui un nome comincia ad avere un valore — il giorno in cui lo si può “valutare” — è già cambiato di stato. Da cosa donata a cosa scambiabile. E una cosa scambiabile, anche la più cara, è fatta per cambiare mani.
Borges, di sé, raccontò una cosa che mi è rimasta. Diceva che il proprio nome — quello dei libri, quello finito nelle enciclopedie — a poco a poco si era staccato da lui e aveva preso a vivere per conto suo, mentre l’uomo che lo portava restava in disparte, spossessato. Alla fine non sapeva più dire chi dei due, lui o il nome, stesse scrivendo la pagina. Ai nomi succede: a forza di dirli, di stamparli, di valutarli, si emancipano da chi li tiene e cominciano a esistere altrove, come cose tra le cose. Anche il nostro, ormai, vive più nei verbali che nelle bocche: lo difendono in tanti, lo dicono piano in pochi.
Stasera passo sotto l’arco con il nome inciso da prima di me, e per la prima volta da anni lo leggo. Non per difenderlo. Lo dico piano, tra me, come si dice il nome di qualcuno che si ama e che è ancora qui. Sottovoce, senza paura.




