Leaderboards
Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
Skyscraper 1
Skyscraper 1
Skyscraper 2
Skyscraper 2

Piccini: “Di un nome ci si accorge solo quando si rischia di perderlo”

"Per secoli Siena non ha dovuto difendere il proprio"

di Pierluigi Piccini 

SIENA. Nessuno sceglie il proprio nome. Ce lo mettono addosso quando ancora non siamo nessuno, e per anni non lo guardiamo: lo portiamo come si porta la pelle. Risponde per noi prima che lo sappiamo scrivere. È la prima cosa che abbiamo e l’ultima che resta scritta quando non ci siamo più.

Di un nome ci si accorge solo quando si rischia di perderlo, o quando qualcuno vuole prenderlo. Allora lo si difende, e difendendolo lo si guarda per la prima volta, come si guarda una persona cara soltanto quando sta per partire. Difendere un nome è già un piccolo lutto: vuol dire che ha smesso di essere ovvio.

Una città ha un nome come una persona. Per secoli Siena non ha dovuto difendere il proprio: stava sulle porte, nelle pietre, sotto gli archi, e nessuno lo notava, perché era l’aria che si respira. Adesso lo si pronuncia a voce alta, nelle riunioni, nei comunicati — che resti senese — e quel doversi dire forte è il segno. Le cose ovvie non si gridano. Si grida ciò che si teme di non avere più.

Un nome, del resto, non si compra. Si riceve, si porta, si consegna a chi viene dopo. È fatto della stessa materia degli affetti, che non hanno prezzo perché non sono nostri: ci sono soltanto affidati. Il giorno in cui un nome comincia ad avere un valore — il giorno in cui lo si può “valutare” — è già cambiato di stato. Da cosa donata a cosa scambiabile. E una cosa scambiabile, anche la più cara, è fatta per cambiare mani.

Borges, di sé, raccontò una cosa che mi è rimasta. Diceva che il proprio nome — quello dei libri, quello finito nelle enciclopedie — a poco a poco si era staccato da lui e aveva preso a vivere per conto suo, mentre l’uomo che lo portava restava in disparte, spossessato. Alla fine non sapeva più dire chi dei due, lui o il nome, stesse scrivendo la pagina. Ai nomi succede: a forza di dirli, di stamparli, di valutarli, si emancipano da chi li tiene e cominciano a esistere altrove, come cose tra le cose. Anche il nostro, ormai, vive più nei verbali che nelle bocche: lo difendono in tanti, lo dicono piano in pochi.

Stasera passo sotto l’arco con il nome inciso da prima di me, e per la prima volta da anni lo leggo. Non per difenderlo. Lo dico piano, tra me, come si dice il nome di qualcuno che si ama e che è ancora qui. Sottovoce, senza paura.

[banner_mobile]