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Mps: UniCredit si muove ma guarda a Trieste

Dopo il 29 ottobre la vera contesa riguarderà le Generali

di Pierluigi Piccini

SIENA. La lettera d’impegno che Delfin ha firmato con Intesa Sanpaolo, resa pubblica nei dettagli il 9 ottobre, toglie all’assemblea del Monte dei Paschi del 29 ottobre buona parte del suo significato. La holding dei Del Vecchio porta all’offerta l’intero 17,6% e si impegna a votare in modo coerente con le condizioni poste da Ca’ de Sass. Vuol dire votare contro le operazioni con cui Luigi Lovaglio ha cercato di rendere il Monte troppo grande per essere preso: le offerte su Banco Bpm e su Banca Generali e la riduzione di capitale per pagare il dividendo straordinario in azioni del Leone. Intesa ha legato a quel voto il rilancio di venticinque centesimi in contanti e la sopravvivenza stessa dell’offerta. Delfin si è anche impegnata a non comprare altre azioni del Monte.

I numeri fanno il resto. Al 17,6% di Delfin si sommano il 13,5% di Caltagirone, che ha annunciato il no su tutti e cinque i punti dell’ordine del giorno, l’1,45% di Benetton e le quote minori: il fronte contrario supera un terzo del capitale. Le delibere straordinarie richiedono i due terzi del capitale presente, quindi quel terzo basta a fermarle, e pesa di più quanto più bassa sarà l’affluenza. Sull’altro versante, Crédit Agricole ha fatto sapere che non porterà il suo 29,3% di Banco Bpm all’offerta senese, perché preferisce un’integrazione tra Piazza Meda e la propria controllata italiana. Il progetto difensivo è colpito due volte: in casa dai soci, fuori dalla preda.

Ho sostenuto a lungo che il punto debole della difesa stava nel calendario: Intesa poteva chiudere a dicembre, il Monte doveva aspettare febbraio per completare le sue mosse. Quell’asimmetria è stata risolta a monte. Intesa ha spostato il campo di battaglia al 29 ottobre, dove i voti li ha già.

Resta la clausola che consente a Delfin di aderire a un’eventuale offerta concorrente, su cui una parte della stampa ha costruito lo scenario UniCredit. Non è una riserva mentale dei Del Vecchio. È la regola del Testo unico della finanza, che rende revocabili le adesioni quando arriva un’offerta migliore. Una controfferta di Piazza Gae Aulenti sul Monte sarebbe costosa e dovrebbe battere un’offerta già sostenuta dai principali soci. Arriverebbe poi mentre Andrea Orcel ha risorse e attenzione impegnate nella presa di Commerzbank.

UniCredit si muove, ma guarda a Trieste. Se Intesa prende il Monte, eredita attraverso Mediobanca circa il 13% delle Generali e diventa primo azionista del Leone. Orcel, salito intorno al 9% e impegnato a non superare il 10%, si troverebbe dietro. Per questo costruisce da mesi con Philippe Donnet un’intesa industriale su assicurazione e risparmio gestito. Per questo il consiglio straordinario convocato ieri avrebbe guardato a Banca Generali e alle sue reti di private banking, mentre circola l’ipotesi che Generali lanci un’offerta sulle minoranze della controllata. Se queste mosse si saldassero, l’offerta del Monte su Banca Generali perderebbe il suo oggetto prima ancora del voto.

In questo quadro le parole della politica restano rumore di fondo. Il presidente della Regione invoca l’identità del Monte, il vicepresidente del Consiglio chiede al governo di stare fuori dal mercato. Nessuna delle due affermazioni sposta un’azione. Le indicazioni dei proxy advisor misureranno l’ampiezza del no, non ne cambieranno il segno.

Per Siena la conclusione è amara ma chiara: nessun cavaliere bianco sta arrivando da Milano. Il destino del Monte si decide tra Ca’ de Sass e le holding che l’hanno sostenuta, e dopo il 29 ottobre la vera contesa riguarderà le Generali, non la banca di Rocca Salimbeni. Alla città resta un compito finora disatteso: negoziare ciò che si può ancora negoziare, cioè presidio, occupazione e ruolo della Fondazione. Chiederlo dopo sarà più difficile.

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