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“Mps: il coraggio di lasciare il simbolo per salvare il reale”

Piccini: "E' il Governo l’unico capace di tradurre il golden power in prescrizioni vincolanti"

di Pierluigi Piccini

SIENA. Detto che cosa Siena perde, e perché non ne ha colpa, resta la domanda che spetta solo a chi governa: che cosa fare, ora? E la prima mossa è la più amara. Sarebbe bello battersi per quel nome, e in fondo sarebbe giusto: perché un nome così non è un’etichetta, è una storia di cinque secoli e mezzo, una forma di appartenenza, la prova che una comunità può durare più a lungo di ogni potere che la attraversa. Se la storia bastasse, quella battaglia andrebbe combattuta fino in fondo. Ma la situazione non lo consente, e bisogna avere l’onestà di dirlo: il nome è già stato staccato dal corpo e ridotto a strumento di una manovra che ha il suo centro altrove. Difenderlo, ormai, significa difendere una spoglia mentre la sostanza viene portata via, e bruciare in una causa persa l’energia che serve a salvare ciò che ancora si può. Per questo siamo costretti a essere concreti — non per cinismo, ma perché la concretezza è la forma che prende la lucidità quando il sentimento non può più vincere. Ci vuole il coraggio di lasciare il simbolo per salvare il reale.

Il reale, oggi, è uno solo: lavoro e funzioni. Ma il tavolo a cui sedersi non esiste: l’OPAS è una partita privata, e le sedi formali — BCE, Antitrust, Consob — non prevedono una sedia per un territorio. Il tavolo, dunque, non va atteso. Va costruito. E un solo grimaldello può aprirlo: il golden power. L’operazione è infatti subordinata anche all’autorizzazione del Governo, che su un asset bancario strategico può dettare condizioni — e il golden power è ormai, nella prassi più recente, anche uno strumento di tutela della stabilità economica e sociale dei territori e dei lavoratori, non solo della sicurezza nazionale. È lì che l’interesse di Siena può entrare nel procedimento, invece di restare fuori a recitare.

Costruire quel tavolo, però, richiede alleati, perché Siena da sola non lo convoca. Il primo è il Governo, l’unico capace di tradurre il golden power in prescrizioni vincolanti. A portarvelo devono essere la Regione Toscana, che ha titolo e abitudine ad aprire tavoli con i ministeri, e i parlamentari del territorio, che hanno il dovere di pretendere che il dossier non si chiuda a Roma senza la voce di chi ne paga il prezzo. Accanto, i sindacati del credito, i soli a poter trasformare le migliaia di posti in vertenza. E un alleato che non sa di esserlo: gli stessi acquirenti, che proclamano radicamento territoriale e tutela del profilo identitario del marchio. Li si prenda in parola, e si esiga che quel radicamento diventi un presidio reale a Siena, funzioni che restino, impegni messi per iscritto.

Sarebbe disonesto promettere esiti. Ma è l’unico terreno su cui la città può ancora pesare — e il fatto stesso che il tavolo non esista, e vada costruito, è la misura di quanto Siena avesse delegato al Monte perfino la capacità di trattare per sé. Ricostruirla è già il primo atto.

Trattare con chi ci toglie, però, è solo metà del compito; l’altra metà guarda all’interno, agli strumenti che Siena possiede già. Il primo è la Fondazione, e deve cambiare metodo prima che merito. Per trent’anni ha distribuito contributi a pioggia; le sue risorse, disperse su cento rivoli, non spostano nulla, concentrate su due o tre obiettivi pluriennali sì. E l’obiettivo vero è uno: trattenere i giovani e dare a chi è partito una ragione per tornare. Da erogatrice si faccia investitrice del proprio territorio: vale più di mille benefici dimenticati in un trimestre.

Soprattutto, sposti il baricentro dove la città ha qualcosa che non è in vendita. Il Monte è stato il pilastro simbolico; ma la Siena con un futuro è già qui ed è un’altra — l’Università, il polo delle scienze della vita, i vaccini, la cura. È quello il vero apparato produttivo, assai più gravido d’avvenire del nome di una banca. Accanto, un patrimonio culturale che nessuno possiede e le contrade, coesione prima che folklore. Lì va riversata l’energia che la città sarà tentata di bruciare nel lutto.

Niente di tutto questo regge senza un gesto insieme politico e culturale: volgere il dolore in progetto, non in rancore. Le tentazioni saranno due, la rimozione e il vittimismo: due nomi della stessa resa. Chi governa dica la verità senza umiliare la città — il nome se ne va, non è una colpa, e proprio perché non l’abbiamo scelto possiamo decidere chi essere senza di esso.

Si è amministrato troppo a lungo all’ombra del Monte, come se quella sorgente non potesse esaurirsi. Ora che è esaurita, il compito non è custodirne la memoria ma fare della fine un inizio. È più difficile che piangere, ed è infinitamente più degno. È, in fondo, l’unica ragione per cui valga la pena governare.

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