Per Piccini è "marketing culturale, più che cultura"
di Pierluigi Piccini
SIENA. Nei testi che accompagnano la mostra di Armando Testa al Palazzo delle Papesse ritorna una logica culturale che a Siena conosciamo bene e che ho già criticato in altre occasioni. L’incipit è rivelatore: “i numeri parlano chiaro”. Come se novemila visitatori fossero, di per sé, una legittimazione culturale. È l’idea di cultura ridotta a flusso turistico, dove il successo si misura in biglietti venduti e non nella qualità dell’esperienza intellettuale proposta. Conta il numero dei corpi che attraversano le sale, non ciò che quelle persone comprendono, apprendono, portano via con sé. Il dato quantitativo basta a sé stesso: è già vittoria, è già cultura.
Il ricorso a Caballero e Carmencita, a Pippo l’ippopotamo, al pianista Papalla funziona come evocazione nostalgica, come attivazione di una memoria affettiva rassicurante. Ma Armando Testa non è solo questo. È stato un autore che ha dialogato con le avanguardie, con il surrealismo, con la ricerca artistica internazionale; un intellettuale che ha lavorato sul confine – ambiguo e problematico – tra autonomia estetica e funzione commerciale, tra sperimentazione linguistica e industria culturale. Ridurlo a catalogo di personaggi amabili significa neutralizzare la dimensione più complessa e contraddittoria del suo lavoro, trasformandolo in prodotto nostalgico per il consumo turistico. Restano fuori le domande decisive: il rapporto con le avanguardie storiche, il nodo arte/pubblicità nella società dei consumi del dopoguerra, le tensioni tra innovazione del linguaggio e mercato.
Anche l’elenco dei nomi illustri – Dorfles, Celant, Deitch, Pistoletto – sembra servire più come certificazione di prestigio che come strumento critico. Non viene spiegato cosa abbiano detto o scritto su Testa, quali letture propongano, quali problemi pongano. È la logica del brand culturale applicata alla critica: conta il nome, non il pensiero; la firma, non il contenuto. I nomi diventano ornamento, marchio di qualità, ma non aiutano davvero a capire.
La retorica dell’innovazione attraversa il discorso con formule vuote: “linguaggio innovativo e immersivo”, “linguaggi visivi radicalmente nuovi”, “viaggio coinvolgente”. Ma in che senso Testa è stato innovativo? Qual è la specificità della sua invenzione linguistica? Come si colloca nella trasformazione dei linguaggi visivi del Novecento? A queste domande non si risponde, perché l’enfasi promozionale non ha bisogno di argomentazioni. Paradossalmente, l’innovazione viene comunicata con lo stesso linguaggio pubblicitario che una riflessione seria su Testa dovrebbe invece analizzare criticamente.
La “Tessera del curioso”, con accessi illimitati e sconti, completa il quadro: la cultura trattata come abbonamento, come palestra o supermercato, dove la quantità degli accessi rischia di sostituire la qualità della comprensione. L’insistenza sull’esperienza immersiva, sui televisori a tubo catodico, sull’atmosfera avvolgente, rivela una concezione della cultura come intrattenimento: si seduce lo spettatore, ma non lo si chiama al lavoro del pensiero. È una logica che spesso maschera la povertà interpretativa con l’eccesso di “esperienza”.
Manca del tutto una vera contestualizzazione critica del rapporto tra arte e pubblicità, tra autonomia e funzione commerciale, tra ricerca e industria culturale. Eppure sono questi i nodi che rendono Testa una figura interessante, problematica, non pacificata. Evitarli significa scegliere la celebrazione rassicurante invece dell’interrogazione. Una mostra che non affronta questi temi tradisce il proprio oggetto, riducendolo a occasione di consumo invece che a strumento di comprensione della storia culturale italiana.
È la stessa logica che ho già visto all’opera in altre iniziative cittadine: eventi che si autocelebrano attraverso numeri e nomi, ma che non producono elaborazione, non aprono conflitti, non generano pensiero critico. Marketing culturale, più che cultura. I novemila visitatori diventano la prova del successo, ma resta inevasa l’unica domanda che conta: sono usciti dal Palazzo delle Papesse con una comprensione più profonda dell’arte, della pubblicità e della società italiana del Novecento, oppure hanno semplicemente consumato un’esperienza nostalgica ben confezionata?



