Perché il golden power trasforma una promessa in un impegno scritto
di Pierluigi Piccini
SIENA. In questi mesi ho scritto molto sull’offerta di Intesa Sanpaolo per il Monte dei Paschi, e non l’ho mai fatto discutendo di prezzo. Il prezzo è il terreno degli azionisti, e chi entra in quel terreno ha già ammesso che in gioco ci sia una somma da concordare. Ho seguito un’altra strada. Ho mostrato che il marchio “Monte dei Paschi” verrebbe ceduto a un altro gruppo mentre la sostanza — la società, le partecipazioni, il potere di decidere — passerebbe a Milano: si separa il nome dalla cosa, e a chi resta si lascia l’insegna. Ho posto la questione dei poteri speciali dello Stato quando quasi nessuno la nominava. E ho portato tutto questo davanti al Consiglio provinciale, perché diventasse materia istituzionale e non soltanto opinione di giornale.
Quelle linee di difesa sono servite, e non ne rinnego nessuna. Hanno costretto a discutere pubblicamente di ciò che l’operazione fa davvero, e non solo di quanto rende. Hanno impedito che passasse in silenzio, che è il modo in cui queste cose passano di solito. Sono state necessarie.
Ma non sono ancora decisive, e sarebbe disonesto verso i lettori fingere il contrario. Mostrare che si separa il nome dalla cosa serve a far capire; non basta a far agire. Perché qualcuno debba agire occorre un terreno su cui esista una legge che lo obblighi a farlo. Quel terreno esiste, ed è quello delle assicurazioni. È il cuore vero della materia, ed è dove finora quasi nessuno ha guardato.
Provo a spiegarlo nel modo più semplice che conosco, perché è più facile di quanto sembri.
Esiste una legge, chiamata golden power, che permette al Governo di intervenire quando qualcuno compra un’azienda importante per la sicurezza del Paese. Il Governo può dire di no. Oppure può dire di sì imponendo condizioni obbligatorie. Non serve a difendere l’occupazione o gli sportelli di una provincia: serve a proteggere ciò che è vitale per lo Stato. Chi la invoca per le ragioni sbagliate non ottiene nulla e indebolisce anche gli altri.
E qui bisogna capire una cosa che di solito non si spiega mai: perché fra tutte le aziende del mondo proprio le assicurazioni siano al centro di questa legge. Che cos’è, in fondo, una compagnia di assicurazioni? È un’azienda che incassa soldi oggi e li restituirà fra vent’anni, o fra quaranta, o quando qualcuno morirà, si ammalerà, andrà in pensione. Nel frattempo quei soldi non li può tenere in un cassetto: deve investirli, perché devono crescere abbastanza da bastare quando arriverà il momento di pagare. Una compagnia di assicurazioni è dunque, prima di tutto, un enorme deposito di risparmio altrui che qualcuno amministra per conto di milioni di persone che non lo sanno e non lo controllano.
Le Generali sono la più grande compagnia italiana. Nelle sue casse c’è una parte consistente del risparmio delle famiglie di questo Paese: polizze vita, previdenza integrativa, il denaro che le persone hanno messo da parte per la vecchiaia o per i figli. E quel denaro, in larga misura, è investito in titoli di Stato italiani. Cioè: le Generali sono fra i più grandi creditori privati dello Stato italiano. Sono, in altre parole, uno dei soggetti che ogni mese comprano il debito con cui l’Italia paga stipendi, pensioni e ospedali. Adesso si capisce perché lo Stato guarda a queste cose con occhi diversi. Chi comanda in una compagnia come quella non decide soltanto le tariffe delle polizze. Decide dove finiscono decine di miliardi di risparmio degli italiani, e decide se continuare a comprare titoli italiani oppure spostarsi altrove. È una leva sul Paese, non su un’azienda.
Un’ultima nozione, e poi la catena si chiude. Nelle grandi società quotate non esiste quasi mai un padrone con la maggioranza. Il capitale è sparso fra migliaia di investitori, e allora chi possiede il pacchetto più grosso, anche se è lontano dalla metà, di fatto comanda: perché in assemblea gli altri sono divisi e lui no. Nelle Generali quel pacchetto è di Mediobanca ed è circa il tredici per cento. Non è la maggioranza. È molto di più di quanto abbia chiunque altro, ed è il motivo per cui da decenni si dice che gli equilibri di Trieste li decide Milano.
Ora la catena, che ha tre anelli soltanto.
Primo: il Monte dei Paschi possiede l’ottantasei per cento di Mediobanca. Secondo: Mediobanca possiede quel tredici per cento delle Generali. Terzo: le Generali amministrano il risparmio di milioni di famiglie e finanziano lo Stato.
Rileggiamola al contrario, perché è così che si capisce. Chi compra il Monte compra Mediobanca. Chi ha Mediobanca pesa sulle Generali. Chi pesa sulle Generali siede sopra i risparmi degli italiani e sopra una parte del debito pubblico.
Non stiamo parlando di una banca di provincia. Stiamo parlando di questo.
Intesa dice che quella quota è per lei soltanto un investimento e che non intende mettere bocca nelle scelte della compagnia. Non ho ragione di dubitare della buona fede di chi lo afferma. Ma una dichiarazione fatta a un giornalista non è un obbligo: vale finché resta al suo posto chi l’ha pronunciata, e non vincola chi verrà dopo di lui. Il golden power serve esattamente a questo: a trasformare una promessa in un impegno scritto, con una durata precisa e una conseguenza se non viene rispettato. È tutta qui la differenza fra una rassicurazione e una garanzia.
E qui viene la parte che dovrebbe togliere ogni dubbio, perché è successa l’anno scorso.
Nel 2025 le Generali trattavano con la banca francese Natixis per mettere insieme la gestione del risparmio. Un’operazione enorme. Il Governo italiano fece capire di essere preoccupato che i risparmi degli italiani finissero sotto gestione straniera e di poter usare il golden power. Le Generali offrirono garanzie: comando italiano per cinque anni, sede a Trieste, nessun patto nascosto fra i soci. Non bastò. A dicembre la trattativa si è chiusa. Il Governo non ha dovuto nemmeno firmare un provvedimento: era già chiaro a tutti che quella strada non passava. Da quel fatto si ricava un principio, e a stabilirlo non sono stato io ma lo Stato italiano: ciò che accade al risparmio amministrato dalle Generali è questione di interesse nazionale.
Mettiamo allora i due casi uno accanto all’altro. Con Natixis si spostava soltanto la gestione di una parte dei risparmi, e il padrone della compagnia restava lo stesso. Oggi cambia proprietario il pacchetto azionario che indirizza le Generali, cioè il comando stesso. È di più, non di meno. Se il primo caso meritava attenzione, il secondo ne merita almeno altrettanta. Non serve una laurea in diritto per capirlo.
C’è poi una ragione pratica per cui insisto su questo terreno invece che su altri, e voglio dirla chiaramente perché è la chiave di tutto. Quando l’anno scorso il Governo ha usato il golden power in una vicenda bancaria — l’offerta di UniCredit su Banco BPM — la Commissione europea ha reagito duramente, aprendo contro l’Italia una procedura formale: secondo Bruxelles quella legge, usata così, serve a bloccare operazioni per ragioni economiche travestite da ragioni di sicurezza. Sul terreno bancario, insomma, lo Stato italiano è già sotto accusa e si muove con il freno tirato. Sul terreno del risparmio assicurativo no: lì la posizione italiana è molto più solida, perché non si tratta di proteggere una banca dalla concorrenza, ma di stabilire chi decide dove va il denaro che gli italiani hanno messo da parte per la vecchiaia. È un argomento che regge davanti a qualunque autorità europea.
Ecco perché dico che le assicurazioni sono il cuore vero della questione. Non perché siano più importanti in senso morale. Perché sono il solo terreno su cui una richiesta può essere accolta invece che archiviata.
A questo punto qualcuno obietterà che è tutto diverso, perché nel caso Natixis c’erano i francesi mentre qui sono tutti italiani. È un’obiezione che si capisce, e la prendo di petto guardando proprio l’altra soluzione, quella che il consiglio del Monte dice di preferire.
L’altra soluzione è la fusione con Banco BPM. Ebbene: il primo azionista di Banco BPM è Crédit Agricole, banca francese, salita a inizio luglio al 29,3 per cento con il permesso della Banca centrale europea di arrivare fino al 29,9. Non uno di più, perché al trenta per cento sarebbe obbligata a lanciare un’offerta su tutta la banca. Ha quattro consiglieri nel consiglio di amministrazione, e quei quattro consiglieri hanno votato la proposta di fusione da mandare a Siena.
Dunque anche l’altra strada porta le Generali dentro un gruppo il cui azionista di riferimento è francese. Anzi: in quel caso il golden power sarebbe più facile da applicare, non meno. Lo scrivo perché è vero, e perché un argomento che colpisce solo l’avversario non è un argomento, è un’arma. Io la questione la sollevo per tutti e due gli scenari, compreso quello che a Siena piacerebbe di più.
C’è infine un fatto che mi ha colpito più di ogni altro. Crédit Agricole non ha mai lanciato un’offerta su Banco BPM. Non ha mai chiesto il comando e ha sempre detto di non volerlo. È salita un pezzetto alla volta — venti per cento, ventidue, venticinque, ventinove e tre — restando ogni volta un soffio sotto la soglia che l’avrebbe obbligata a dichiarare le proprie intenzioni. Oggi, dicono gli analisti, può di fatto bloccare qualunque operazione riguardi quella banca. Senza offerte, senza premi da pagare, senza istruttorie.
È così che oggi si prende il potere: non comprando la maggioranza, ma arrivando al punto in cui nessuno può muoversi senza il tuo consenso. E qui sta il limite dei controlli pubblici. Lo Stato guarda le operazioni: le offerte, le fusioni, gli atti che si annunciano con un comunicato. Non guarda le accumulazioni: le quote che salgono lentamente, un punto per volta, sempre sotto ogni soglia. Nel 2025 sono state esaminate oltre mille operazioni e sono stati posti due soli divieti. Molta contabilità, poche decisioni.
E allora arriviamo alla domanda che qui interessa di più: dentro tutto questo, che ruolo può avere Siena?
Ne può avere uno, e non è un ruolo simbolico. Ma va costruito adesso, nelle settimane in cui le autorità istruiscono le pratiche, non a dicembre quando tutto sarà deciso. Le condizioni si scrivono durante l’istruttoria. Dopo, si commentano soltanto.
La prima cosa da chiedere riguarda il nome. Se il marchio Monte dei Paschi passa al gruppo che nascerà da Unipol e BPER, quel marchio deve venire accompagnato da qualcosa di reale: la sede legale della nuova banca a Siena, e non una targa, ma funzioni con persone dentro. Un nome senza sede è pubblicità. Un nome con sede e con funzioni è un fatto. È una condizione che si può porre nelle autorizzazioni, e che costa a chi compra molto meno di quanto valga per chi resta.
La seconda riguarda il credito. Nella vicenda UniCredit-Banco BPM il Governo impose vincoli precisi sul rapporto fra quanto una banca raccoglie e quanto presta, e il giudice amministrativo li ha giudicati legittimi nella sostanza, contestando soltanto la loro durata. Esiste dunque un precedente utilizzabile: si può chiedere che il credito alle imprese e alle famiglie del territorio non scenda sotto una soglia misurabile per un numero definito di anni, con verifica pubblica dei dati. Non è assistenzialismo. È la traduzione in numeri di una promessa che altrimenti resta un aggettivo nei comunicati.
La terza riguarda una cosa di cui nessuno parla e che è nostra in senso proprio: l’archivio storico della banca, fra i più antichi e importanti d’Europa, e il patrimonio artistico e immobiliare che vi è connesso. Questi beni non hanno prezzo di mercato ma hanno un destino, e in un’operazione che smembra un gruppo il destino di ciò che non produce reddito è la parte che si decide per ultima e peggio. Va chiesto ora, per iscritto: che restino a Siena, integri, accessibili, con impegni di conservazione e di apertura al pubblico. È una richiesta che nessuno può respingere senza spiegare perché.
La quarta riguarda gli strumenti che la città ancora possiede. La Fondazione Monte dei Paschi esiste, ha un patrimonio e ha una voce. Non è più l’azionista che decideva, e sarebbe illusorio pensare il contrario; ma resta un soggetto istituzionale legittimato a sedersi ai tavoli e a chiedere che gli impegni assunti siano scritti e verificabili. Che lo faccia insieme al Comune, alla Provincia e alla Regione, con una posizione sola e non con quattro voci diverse, è la differenza fra essere ascoltati e non esserlo.
La quinta è la più tecnica e forse la più importante. L’operazione non è un atto solo: è una sequenza. Prima Intesa prende la società, Mediobanca e le attività di pregio. Poi, nel 2027, le filiali, i clienti e il marchio passano a un altro gruppo, che a sua volta li fonderà con una terza banca. Se l’istruttoria del Governo esamina soltanto il primo passaggio, autorizza un assetto che le parti hanno già dichiarato di voler smontare l’anno successivo. Va chiesto che venga valutata l’intera sequenza. È una richiesta di metodo, non di parte, e vale qualunque sia il vincitore.
Ecco: questo è il ruolo di Siena in questa partita. Non fermare ciò che non ha il potere di fermare, ma pretendere che ciò che accade avvenga a condizioni scritte. Non è poco, ed è tutt’altro che un lamento: è la differenza fra subire una decisione e concorrere a determinarne i termini.
Una parola infine sul passato, perché torna sempre e va detta con precisione. La banca non è stata perduta nel 1995. La trasformazione in società per azioni fu un adempimento di legge che lasciò la proprietà saldamente in mano alla collettività senese, con la Fondazione azionista di maggioranza per obbligo normativo. Il controllo si è dissolto dopo, per decisioni che hanno anni e responsabili individuabili: un’acquisizione pagata nove miliardi in contanti senza le verifiche che qualunque manuale prescrive, e poi la scelta di difendere quel controllo indebitando l’azionista invece di ammettere il ridimensionamento. Da lì la diluizione, e con la diluizione la fine di ogni voce senese nelle scelte della banca.
Furono errori di chi decideva, non di una città. Confondere le due cose è comodo per chi ha deciso e ingiusto verso tutti gli altri. E proprio perché quegli errori hanno un nome e una data, oggi Siena non ha nulla di cui vergognarsi nel presentarsi ai tavoli e chiedere ciò che le spetta.




