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La forza di Crèdit Agricole: stare ferma

I francesi stoppano l'operazione Bpm-Mps e aspettano

di Pierluigi Piccini

SIENA. Crédit Agricole ha scelto il giorno dei conti semestrali per dire la frase che, in questa fase, pesa più di ogni indiscrezione. L’amministratore delegato Olivier Gavalda ha dichiarato di non aver ricevuto alcun progetto di fusione tra Monte dei Paschi e Banco Bpm, e di non poter quindi giudicare se creerebbe valore per gli azionisti di Piazza Meda. Poco dopo il suo vice, Jérôme Grivet, ha tradotto la prudenza in aritmetica: con il 29,3% di Bpm, nulla può essere fatto senza di loro. Due dichiarazioni che sembrano opposte — non sappiamo nulla, ma decidiamo tutto — e che invece dicono la stessa cosa. Sono la mossa d’apertura di un negoziato.

Per capirla conviene guardare dove sta la vera forza in questa partita. Non sta, come si crede, in chi ha più capitale o più quote. Sta in chi può permettersi di aspettare. Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna, gli amministratori delegati che stanno costruendo la fusione tra il Monte e il Banco come alternativa all’Opas di Intesa Sanpaolo, hanno addosso un cronometro. Devono chiudere prima dell’assemblea di Intesa di settembre, devono far quadrare i conti che i consigli approvano nei primi giorni di agosto, devono muoversi mentre il consiglio del Monte è ingessato dalla passivity rule che segue ogni offerta pubblica. Chi deve chiudere in fretta è già in posizione debole, perché la fretta si paga sempre. E in una fusione tra pari che pari non è — Mps capitalizza più di Bpm — la fretta si paga con un premio agli azionisti senesi, possibilmente in contanti, per reggere il confronto con la componente cash dell’offerta di Messina.

Crédit Agricole, sola fra gli attori, non ha scadenze. Non ha presentato un piano, non ha chiesto una poltrona, non ha impegnato un’iniziativa che la vincoli. Ha soltanto ricordato di esistere, e attende. La sua forza non è il denaro: è che può stare ferma mentre gli altri corrono.

Due dettagli spiegano tutta la manovra. Il primo è quella cifra scelta con la precisione di un orologiaio: 29,3 per cento. Un punto sotto la soglia del 30 che, con il nuovo Testo unico della finanza, farebbe scattare l’obbligo di lanciare un’offerta pubblica su tutta la banca. Restare appena sotto non è timidezza, è calcolo. Superare quella linea significherebbe dover decidere, esporsi, rispondere della mossa davanti al mercato e alle autorità. Rimanendo un gradino più in basso, i francesi tengono tutta l’influenza e nessun obbligo: il diritto di dire sì o no, senza il dovere di fare la prima mossa.

Il secondo dettaglio è il valore, altrimenti incomprensibile, di quel «non sappiamo nulla». Detto da chiunque altro sarebbe una debolezza. Detto da chi possiede quasi un terzo di una delle due banche, è una risorsa. Chi si dichiara informato è già coinvolto, deve schierarsi, perde libertà di manovra. Chi si proclama all’oscuro resta libero di lasciarsi corteggiare da entrambe le sponde — dal fronte della fusione e da quello di Intesa — e di vendere caro il proprio consenso nel momento che sceglierà. L’ignoranza dichiarata, in una partita dove tutti gli altri sanno troppo e devono decidere subito, non è una lacuna: è merce.

Da qui la lezione che arriva da Parigi il trentuno luglio, ed è più generale del singolo dossier. In ogni trattativa vince chi controlla il tempo, non chi controlla la cassa. Gli italiani corrono perché un calendario li insegue; i francesi si sono tolti dal calendario e da lì dettano le condizioni. È una regola antica quanto la strategia: chi sa restare fermo mentre l’avversario si affanna ha già metà del vantaggio. Nelle prossime settimane si capirà se la fusione prenderà forma o si perderà tra i quorum delle assemblee straordinarie e i veti incrociati. Ma qualunque sia l’esito, oggi la parola che pesa di più non si pronuncia né a Siena né a Milano. Si pronuncia, con studiata lentezza, a Parigi.

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