di Pierluigi Piccini
SIENA. Chi guarda oggi al nostro sistema politico vede la stessa scena da qualunque angolo la osservi: partiti che si sfilacciano e si ricompongono senza principio, alleanze tenute insieme dalla sola aritmetica, leadership che non riescono a durare, un vuoto programmatico che non è di questa stagione ma di un trentennio. È facile, di fronte a tutto questo, cedere alla diagnosi che va per la maggiore: una crisi doppia, quella dell’Occidente che ha perso l’egemonia planetaria a vantaggio dell’Asia, e quella italiana di una Seconda Repubblica nata non come fondazione ma come sostituzione mal riuscita, riempimento del vuoto lasciato dalla cultura politica del centro con le forme degradate delle due tradizioni antidemocratiche del secolo scorso.
La diagnosi ha una sua verità, e conviene prenderla sul serio. Ma quando si chiude, come spesso accade, sull’elegia — la democrazia svuotata del suo mondo morale, la politica ridotta a meccanismo muto che ci accompagna nel declino — allora bisogna fermarsi. Perché l’elegia è essa stessa una forma di resa, e la resa, in politica, non è mai neutrale: fa sempre il gioco di qualcuno.
Provo a partire da dove il ragionamento astratto comincia a sanguinare, cioè dai numeri. L’anno scorso in Italia sono venuti al mondo poco più di trecentocinquantamila bambini, il minimo dalla fine della guerra, con una fecondità scesa a un livello mai registrato; a fronte di quelle nascite, i morti sono stati quasi il doppio, e il saldo naturale ha perso in dodici mesi l’equivalente di una città media. Ma il dato che davvero conta non è la cifra: è la forbice. La grande maggioranza di chi rinuncia a un figlio non lo fa perché non lo desidera — lo fa perché non può. Se i desideri dichiarati si fossero tradotti in vita, sarebbero nati più del doppio dei bambini che sono nati. Tenete a mente questa distanza tra il volere e il potere, perché è la chiave di tutto. Ci raccontiamo da anni una crisi di valori, di legami che si allentano, di individui rinchiusi nel consumo. È una parte di verità che ne nasconde un’altra, più scomoda: prima ancora dei valori, sono le condizioni ad essere venute meno. Il desiderio c’è; è la possibilità di realizzarlo che è stata sottratta.
Lo stesso vale per il cuore stesso del meccanismo democratico, il voto. L’affluenza che scivola verso il sessanta per cento non racconta cittadini stanchi o distratti: racconta un ceto che si sente escluso. E chi smette di votare non è un campione neutro della popolazione — sono i meno istruiti, i più precari, i redditi bassi. Così l’astensione non toglie soltanto numeri, toglie omogeneità: la platea di chi decide si restringe e si fa socialmente più selettiva, e la democrazia diventa, silenziosamente, più diseguale di quanto le sue regole prevedano. Non è disaffezione, è sfiducia; e la sfiducia, a differenza dell’indifferenza, è un giudizio. Chi non si riconosce più in nessuno ci sta dicendo qualcosa di preciso sulla qualità di ciò che gli viene offerto.
Sul piano largo la fotografia è ancora più netta. Da vent’anni consecutivi gli indici che misurano libertà civili e diritti politici segnalano una regressione: molti più paesi peggiorano di quanti migliorino, le autocrazie si espandono, e — dato senza precedenti — arretra in modo sensibile proprio il paese che per un secolo aveva indicato la strada agli altri, consegnato oggi all’intreccio tra potere politico e oligarchie tecnologiche. Qui la tentazione nostalgica mostra il suo limite più pericoloso. Perché la reazione istintiva alla perdita di centralità dell’Occidente è la chiusura identitaria, la difesa del “nostro sistema di vita” eretto a fortino. Ma un mondo che non ruota più attorno a noi non è un mondo da cui difendersi: è un mondo da imparare ad abitare. Le culture che oggi contano fuori dai nostri confini custodiscono idee di persona meno solitarie della nostra, meno prigioniere dell’individuo proprietario dei suoi diritti illimitati, più attente al legame, alla reciprocità, alla misura del vivere in comune. Rifiutarsi di ascoltarle in nome di una radice unica non è fedeltà alla nostra storia: è provincialismo mascherato da orgoglio.
C’è poi un fatto davvero nuovo, che la diagnosi corrente confina in una riga e che invece meriterebbe il centro. Non sono i fantasmi novecenteschi — le forme bastarde del vecchio fascismo e del vecchio comunismo che riaffiorano nel populismo e nel sovranismo — la minaccia più radicale. È lo svuotamento dello spazio pubblico dall’interno. Lo spazio della deliberazione, quel luogo dove gli argomenti si scontrano e le opinioni si formano parlandosi, sta diventando una macchina che distribuisce opinioni senza formarle, dove le decisioni che ci governano non hanno più un volto pubblico, non sono visibili, non possono essere interrogate. Non è un caso che proprio quest’anno si sia spento il pensatore che aveva fatto della sfera pubblica il cuore stesso della democrazia: se ne è andato mentre quel cuore batteva già più debole. E sullo sfondo, tra le nuove generazioni, si consuma la crisi più silenziosa e più grave, quella del rapporto con la lettura e con la scrittura che pensa — la scrittura ideativa, non quella che si delega alla macchina. Una democrazia è fatta di cittadini capaci di leggere il mondo e di dirlo con parole proprie. Se cediamo anche questo, non ci sarà bisogno di abbatterla: si spegnerà da sé.
Torniamo allora all’Italia e alla sua palude. Il vuoto programmatico che tutti lamentano non è un accidente: è il prodotto di una politica che ha abdicato al proprio compito. Da anni le coalizioni si costruiscono come esercizi di geometria — chi con chi, con quale peso, secondo quale legge elettorale — rimandando all’infinito lo scontro sulle cose, sul lavoro, sulla casa, sui servizi, sulla difesa. Si discute del perimetro dell’alleanza e del nome del candidato, mai delle condizioni concrete che renderebbero possibile a un giovane restare, a una donna avere il figlio che vorrebbe, a un precario tornare a votare perché finalmente qualcuno gli parla. Il magma di cui parla la diagnosi è reale, ma non è un destino astorico: è l’effetto di una rinuncia. La politica si è ritirata dal lavoro faticoso di costruire condizioni e si è rifugiata nell’alchimia delle sigle. Il vuoto non l’ha subìto: l’ha prodotto.
Ecco perché non accetto la conclusione elegiaca. È vero, la democrazia non ha nulla di ovvio né di naturale, non è la regola del pianeta ma il frutto raro di una storia lunga; e proprio perché è stata costruita, può essere perduta. Ma esattamente per la stessa ragione può essere rifatta. Non rianimando dall’alto le grandi narrazioni che si sono consumate — non si restituisce un’anima a colpi di nostalgia — bensì ricominciando dal basso, dai luoghi, dalla materia concreta del vivere insieme. È nelle comunità piccole, nei territori, nel governo prossimo delle cose che quella distanza tra il volere e il potere può davvero essere accorciata: dove un servizio che nasce, una casa che si trova, un legame che si tiene valgono più di mille proclami identitari. La speranza di cui abbiamo bisogno non è ottimismo, che è un vizio dei tempi facili. È qualcosa di più duro: la coscienza del non-ancora, dell’incompiuto che resta possibile finché qualcuno se ne prende cura. Chi si prende cura di un luogo, di una scuola, di una periferia, di un legame che si sfilaccia, sta già facendo politica nel senso più alto — sta rifiutando di lasciarsi accompagnare, muto, nel declino. La democrazia non è un destino che ci accade. È un’opera che si fa, o si disfa, con le nostre mani. E la storia, che a molti sembra aver smesso di parlarci, aspetta soltanto che qualcuno ricominci a interrogarla.




