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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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“Il complesso rapporto tra linguaggio artistico e committenza: il drappellone di Axente”

L'intervento di Don Enrico Grassini rettore del Collegio dei Correttori

SIENA. Da Don Enrico Grassini, rettore del Collegio dei Correttori, riceviamo e pubblichiamo.

“Tra percezione e realtà esiste una naturale e salutare distanza, che deve essere necessariamente colmata con una riflessione e una conseguente in-formazione.

Salvaguardando la singolarità del giudizio di fronte ad un primo approccio estetico, per cui è legittimo che un’opera piaccia o meno, si deve tuttavia andare oltre ed entrare nel linguaggio, nella tensione artistica dell’autore perché così impone l’arte, di non fermarsi cioè alla mera percezione. Ciò dev’essere realizzato anche per accostarsi al drappellone del Palio dell’Assunta del 2026, realizzato dall’artista Teodora Axente, che non pochi spunti di riflessione suscita.
Considerando il contesto culturale e formativo in cui l’artista si muove, una delle più celebri scuole artistiche dell’Europa orientale, quella di Cluj in Romania, in cui la contemporaneità trova spesso un confronto coi temi spirituali cristiani e le forme della tradizione, sembra estraneo dall’opera il linguaggio della provocazione, come non di rado in passato si è visto sui drappelloni, anche in maniera ostentata. 
L’artista del resto viene da una formazione cristiana di tradizione ortodossa, col conseguente limite di entrare negli sviluppi occidentali della spiritualità mariana degli ultimi cinque secoli, a cui invece l’iconografia del palio fa riferimento. Ma i presupposti c’erano tutti: l’episodio della battaglia di Camollia (di cui ricorre il cinquecentesimo anniversario), in cui i Senesi diedero battaglia e sconfissero gli avversari: fiorentini, truppe pontificie di Clemente VII e fuoriusciti senesi del partito dei noveschi. 
Come ci attesta il dipinto di Giovanni di Lorenzo nella chiesa di San Martino, i Senesi si votarono ancora una volta alla Madonna per proteggere la Città, invocandola come “Immacolata” nei vessilli che issarono sulle mura. E come Giovanni di Lorenzo, anche l’artista contemporanea vede la Vergine aprire il suo manto su Siena vista da Porta Camollia in primo piano; ma la questione sull’iconografia dell’Immacolata, già difficile da “masticare” per i cristiani occidentali del nostro tempo, diventa ancor più problematica per un cristiano di formazione orientale. L’androginia dei volti e le proporzioni volutamente estrapolate dal naturalismo, più che una forma di provocazione, sono espressione del suo linguaggio artistico. 
I presupposti c’erano, ma forse gli esiti sono stati disattesi, e la polemica s’infiamma grazie anche alla cassa di risonanza eccessiva dei social.
La riflessione più seria, almeno per chi scrive, sarebbe da porre su un altro piano: può un drappellone essere realizzato come piena espressione artistica di un autore? Se si considera la comprensione che come contemporanei abbiamo dell’opera d’arte, come frutto cioè della più totale libertà espressiva dell’artista, la risposta è certamente no. 
Il drappellone del Palio può esser sì un’opera d’arte, ma intesa alla maniera antica, in cui l’artista doveva necessariamente muoversi nei canoni indicati dalla committenza, e proprio in questa capacità di interpretare la committenza si manifestava il genio dell’artista. 
Il discorso sul palio si fa però anche più complesso, perché il drappellone, oltre a rispondere alle indicazioni della committenza (che deve essere necessariamente ed esclusivamente il Comune), diventa un’opera viva che va a toccare la sensibilità religiosa e anche quella più profana, entrando nell’intimo del desiderio per chi compete alla corsa, e quasi nell’inconscio per chi ne è escluso. Il drappellone non è un’immagine sacra dinanzi alla quale pregare, ma è esso stesso una preghiera rivolta alla Vergine, come quegli “angelichi fiorecti” di cui Simone Martini parlava nella sua Maestà; non un oggetto di culto, ma certamente più sacro che profano, perché il drappellone “sta in chiesa”, non solo per la benedizione in Provenzano o in Cattedrale, ma quasi per un anno nell’Oratorio della Contrada che lo vince: e sta lì, di fianco all’altare, come una sorta di ex-voto per la gioia ricevuta della vittoria.
Di queste cose l’artista deve essere edotto ben prima di concepire l’opera: deve vivere, toccare e percepire il magnetismo che i luoghi del Palio emanano, deve confrontarsi con chi vive la quotidianità di Siena e dei suoi rioni, e dare voce, pur coi suoi linguaggi, ad una comunità intera, prima ancora che limitarsi alle indicazioni asettiche di un regolamento. E questa sensibilità, almeno nel caso attuale, è stata oggettivamente messa in pratica dal Comune, avendo ospitato a Siena l’artista in diverse circostanze. 
Forse doveva essere solo un po’ più accompagnata nel viaggio dell’anima che ancora oggi, nonostante le crisi, questa Città propone. 
Il problema quindi non è certo se “ammettere” o meno il drappellone in uno spazio sacro, al rito collettivo della cosiddetta “benedizione del palio”, che non è una benedizione ad una stoffa dipinta, evidentemente, ma come il rito stesso esprime è la benedizione del Signore che il vescovo invoca sulla Città fatta di persone, di vite, di storie di dolore e di gratitudine. 
Anziché improvvisarsi improbabili censori ed esperti di iconografia sacra, si accompagnino piuttosto gli artisti, come comunità, a percepire sulla propria pelle quello che significa l’opera che dovranno compiere, che non sarà solo sottoposta al giudizio più avvezzo dei critici d’arte (e forse meno tagliente), ma ad un comune sentire di popolo che giudica sì, forse, per istinto, ma chiunque abbia a cuore di distaccarsi dalla superficialità e dalla banalità, giudica col cuore di chi sa che, nel bene o nel male, vinca o non vinca, quell’opera gli appartiene, perché parla di sé.
A servizio di questo dialogo costruttivo, anche con la committenza e con l’artista, si pone in maniera convinta la Chiesa di Siena, in particolare i Correttori, che vivendo il loro ministero sacerdotale costantemente a contatto con le gioie e le speranze, le sofferenze e i problemi della quotidianità della Contrada, sanno bene quanto il linguaggio della bellezza dei segni muova i cuori, e verso quale direzione li muova. 
Non siamo a rivendicare privilegi, ma a chiedere il permesso di servire, con umiltà e amore, in ciò che ci è proprio: con la bellezza del Vangelo nel cuore e la bellezza di Siena negli occhi”.
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