di Pierluigi Piccini
PIANCASTAGNAIO. C’è una chiesa a Piancastagnaio che non mi esce dalla testa. Non è grande, non è famosa, non ha nulla di monumentale. Eppure insiste. Ritorna. La Madonna delle Grazie. Una facciata a capanna, due lesene di trachite, un portale che non alza la voce. Un edificio che non compete con nessuno e proprio per questo non teme confronti.
Il punto è il nome antico. Prima di chiamarsi Madonna delle Grazie, si chiamava Madonna del Tribbio. Del Trivio. Dell’incrocio. Qui convergevano tre strade — dalla porta di Borgo, dalla porta di Fontanella, verso le fonti di Voltaia e San Martino. Ma un trivio non è solo un dato topografico. È una struttura dell’esistenza. È il luogo in cui si decide. Dove lo spazio diventa scelta.
Prima ancora della chiesa, qualcuno piantò qui un tabernacolo. Un segno minimo, necessario. Il sacro non scese dall’alto: nacque dal bisogno di orientarsi. La devozione viene dopo il cammino. L’abitare comincia così, dove bisogna scegliere se salire verso la pietra o scendere verso l’acqua. Se fosse passato di qui Martin Heidegger, avrebbe forse corretto i suoi quattro elementi: non solo terra, cielo, divini e mortali, ma anche le strade che si incrociano e costringono a scegliere.
Poi ci sono gli affreschi. La piccola abside — volta a botte, rettangolare — rimase murata dietro l’altare maggiore per secoli. Generazioni hanno pregato davanti a un muro, senza sapere che oltre quella parete sopravviveva un intero cosmo teologico: la Madonna in trono entro una mandorla, una gloria di angeli, il Redentore con gli evangelisti, santi e martiri. Tutto sepolto. Riemerso nel 1936, restaurato nel 1977.
Il buio non fu oblio. Fu protezione. Sottrarre allo sguardo può essere un atto di custodia più radicale dell’esibizione. Quando quegli affreschi tornarono alla luce, Piancastagnaio non scoprì solo un’opera d’arte: scoprì una parte della propria memoria.
Il documento del 1468 parla chiaro: “Maestro Giovanni di Pietro da Orvieto dipintore della cappella del Tribio deve avere lire cento per sua fatica”. Da Orvieto, non da Siena. L’attribuzione umbro-orvietana degli affreschi spezza un automatismo geografico troppo comodo. L’Amiata non era periferia di nessuno: era zona di passaggio, di contaminazione, di incontro.
Nello stesso Quattrocento qui opera Francesco di Valdambrino — uno scultore immenso, legato per formazione e cultura figurativa all’ambiente senese del primo Quattrocento, ma capace di una sensibilità propria, più intima, più raccolta. I suoi Crocifissi e le sue Madonne non impongono, accompagnano. Anche qui non c’è imitazione: c’è trasformazione.
Due direzioni, due tradizioni, un unico monte. Proprio come le tre strade del Trivio.
E forse proprio per questo il Quattrocento di Piancastagnaio andrebbe finalmente messo a sistema. Non come orgoglio locale, ma come oggetto serio di studio. Lo Statuto che restituisce l’immagine di una comunità già strutturata; la presenza di Valdambrino; la cappella della Madonna del Trivio con il documento del 1468; il piccolo ospedale legato al Santa Maria della Scala con un Crocifisso di rilievo; la conclusione della fabbrica del convento francescano; la ridefinizione degli spazi religiosi e civili del paese; e altro ancora che attende di essere letto non come episodio isolato ma come parte di una stagione coerente.
Non frammenti sparsi, ma indizi convergenti. Ci sono materiali sufficienti per un lavoro archivistico e storico-artistico organico, capace di restituire al territorio la densità del suo Quattrocento. Non per nostalgia, ma per comprensione.
La Madonna del Trivio resta lì, all’incrocio. Non chiede appartenenze. Non si lascia ridurre a una provincia. Offre riparo e memoria. E se ci si ferma abbastanza a lungo, insegna che l’identità non nasce dall’essere periferia di qualcuno, ma dall’essere luogo di incontro.




