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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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“La chiusura del punto nascita di Campostaggia è una notizia da capire”

La riflessione dell'Associazione Nazionale Famiglie Numerose di Siena

SIENA. Dall’Associazione Nazionale Famiglie Numerose – Coordinamento provinciale di Siena riceviamo e pubblichiamo.

“La decisione del Ministero della Salute di chiudere la sala parto di Campostaggia, a Poggibonsi, con le proroghe concesse a Montevarchi e Nottola, ha riacceso nei nostri territori una discussione comprensibile e dolorosa. Come coordinamento provinciale dell’Associazione Nazionale Famiglie Numerose non intendiamo aggiungere la nostra voce al coro delle proteste, né indicare responsabili. Vogliamo invece proporre una riflessione che riteniamo più scomoda, ma più onesta.

Un punto nascita esiste perché nascono bambini. Quando le nascite scendono stabilmente sotto le soglie di sicurezza fissate a tutela della madre e del neonato, la chiusura diventa la conseguenza di un fenomeno che viene da lontano, non la sua causa. Leggiamo che Campostaggia oggi registra circa 450 parti l’anno; Nottola intorno a 430; Montevarchi attorno a 480. Sono numeri che raccontano, prima ancora di una scelta amministrativa, l’inverno demografico che nella nostra provincia morde con particolare durezza.

Per questo riteniamo che protestare contro la decisione, senza interrogarsi sul vuoto di culle che l’ha resa possibile, rischi di essere un gesto sincero ma sterile. La verità è che difendere i servizi per la nascita significa, prima di tutto, rendere di nuovo possibile la nascita. E questo chiama in causa scelte che vanno molto oltre la sanità: la possibilità per una giovane coppia di trovare e acquistare una casa, di avere un reddito stabile, di armonizzare i tempi del lavoro con quelli della famiglia, di immaginare con serenità l’arrivo di un figlio.

Tra tutti questi fattori, la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di famiglia merita un’attenzione particolare, perché è forse il più sottovalutato. Per troppo tempo lo si è considerato un problema delle sole microimprese, che pure rappresentano la larghissima maggioranza del nostro tessuto produttivo. In realtà riguarda oggi anche la media e la grande distribuzione, le aziende che operano in appalto per committenti più grandi e perfino alcune realtà del settore pubblico, i cui dipendenti sono spesso vincolati a turnazioni e orari rigidi, poco compatibili con la cura di figli piccoli. Una madre o un padre che non riescono a far quadrare il proprio turno con gli orari di un asilo o di una scuola si trovano, di fatto, davanti a un ostacolo concreto alla scelta di avere un figlio, o un altro figlio.

Non è una responsabilità che possiamo attribuire a un singolo governo o a una singola amministrazione, né di oggi né di ieri. È il frutto di decenni in cui il sostegno concreto alla famiglia — case accessibili, redditi stabili, organizzazione del lavoro a misura di chi cresce dei figli — è rimasto, troppo spesso e a ogni livello, una buona intenzione più che una priorità. Riconoscerlo non significa rassegnarsi: significa smettere di cercare un colpevole per cominciare a cercare una direzione.

Se le politiche — nazionali e locali — non avranno il coraggio di fare i conti con questa realtà, dovremo a malincuore prendere atto di decisioni come quella su Campostaggia, perché non saremo stati capaci, come comunità, di accompagnare le famiglie nel loro desiderio di mettere al mondo dei figli.

Come Associazione continueremo a lavorare perché quel desiderio torni a essere possibile. È l’unico modo, in fondo, per tenere davvero aperte le sale parto”.

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