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Bayer: un addio non indolore

di Augusto Mattioli

SIENA. La vicenda Bayer si sta avviando al sua conclusione prevedibile. A giugno la multinazionale leverà le tende, trasferendo le attività di Rosia a Garbagnate,  in Lombardia, nonostante i tentativi fatti da istituzioni e sindacati di far recedere la proprietà dalle sue decisioni.
Per risolvere i problemi dei dipendenti sindacato e azienda, dopo moltissimi incontri, hanno firmato a dicembre un accordo, che prevede per chi se ne va incentivi da parte della  Bayer. Una venticinquina di lavoratori hanno accettato l’incentivo e  hanno  presentato dimissioni volontarie in attesa di trovare successivamente un altro lavoro. Per chi è restato (si tratta in totale di una quarantina di persone circa), qualcuno ha accettato di trasferirsi in Lombardia, mentre altri sono in attesa di una ricollocazione in qualche azienda della provincia di Siena.  In questo caso, la multinazionale pagherà incentivi che andranno alle aziende che assumeranno questi lavoratori. Maggiori se le assunzioni saranno a tempo indeterminato, minori se a tempo determinato. Una situazione ancora incerta per queste persone, visto il periodo non brillante per l’economia.
C’è chi guarda in particolare a Novartis per una ricollocazione “l’unica azienda – sottolinea Thomas Borromeo della federazione dei chimici della Cgil – che potrebbe dare delle risposte positive”.
L’esperienza della Bayer a Siena si chiude dunque nel modo peggiore. Nel senso che l’azienda non è riuscita a creare attività concrete e durevoli. E dire che quando dopo la crisi della Sclavo (di cui acquistò il settore degli emoderivati), la Bayer voleva fare di Siena un centro europeo per la lavorazione del sangue. Un progetto mai concretizzatosi. L’abbandono  di Siena  induce Borromeo ad una riflessione sul ruolo delle multinazionali nel territorio dove si insediano. “In effetti, hanno un potere enorme. Bisognerebbe che quelle poche che operano nel senese avessero la capacità di garantire un rapporto sociale con il territorio”.
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